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Psicofarmaci e antidepressivi: la dipendenza fa male alla salute psicofisica

di Dott. Giuliano Gaglione

01 Marzo 2011

L’abuso di psicofarmaci e l’uso smodato degli antidepressivi sono lo specchio di un disagio sociale crescente e pericoloso. La “diffusione” di tali farmaci è un fenomeno da svelare e di cui dibattere.

Il Rapporto Eurispes per l’anno 2010 rivela che il 15% circa degli italiani ha fatto uso di psicofarmaci nel corso della sua vita. E le donne risultano essere più esposte al problema dell’uso eccessivo di tali medicine. Infatti lo stesso rapporto Eurispes indica che il gentil sesso, in numero pari al 4% in più rispetto agli uomini, si è ritrovato a fronteggiare i seri “dolori dell’animo e della mente” assumendo farmaci contro la depressione o psicofarmaci in generale.

I “malesseri dell’anima” sono curati soprattutto con il ricorso agli “ansiolitici”, questi farmaci sono i più usati, essi – secondo i dati Eurispes per il 2010 – rappresentano ben l’85,8% delle medicine prescritte per le cure mentali.

Agli ansiolitici seguono gli antidepressivi che si stima siano il 30,6% dei farmaci prescritti in caso di difficoltà psicologiche e relazionali.

Non mancano, poi, gli stabilizzatori dell’umore, essi si attestano intorno al 17,5% e, ultimi, ma non meno “pericolosi” in termini di dipendenza e conseguenze infelici in caso di abuso, sono gli antipsicotici che corrispondono al 5,5% dei farmaci prescritti per in caso di disturbi mentali.

Per Vita da Mamma il nostro esperto psicologo, il  Dottor Giuliano Gaglione, si occupa del delicato tema della dipendenza psicologica dagli psicofarmaci

Ad una lezione del mio Master Universitario in Psiconcologia, una mia docente  esclamò: “Lo psicofarmaco è una stampella che ci aiuta a camminare!”. E’ molto comodo per tutti gli esseri umani evitare di affrontare di petto determinate problematiche grazie all’assunzione di gocce, sciroppi,  pillole ed altre “pozioni magiche” che permettono di affrontare la quotidianità in maniera serena; tuttavia come detto precedentemente lo psicofarmaco è una stampella, ma chi cammina è l’uomo, il quale attraverso un percorso di psicoterapia abbinata potrebbe progressivamente imparare a camminare in maniera soddisfacente affrontando tutte le difficoltà psicologiche sottostanti l’insorgenza di determinati sintomi.

Purtroppo spesso accade che durante il periodo della farmacoterapia il paziente può autonomamente aumentare, diminuire o sospendere la quantità di medicinale da assumere a seconda della presenza o meno di determinate sintomatologie; difatti spesso accade che quando avverte dei miglioramenti egli interrompe l’utilizzo del farmaco senza nemmeno un’eventuale scalaggio delle dosi.

Altre volte può succedere che non sempre il paziente voglia abbandonare del tutto questa “stampella”, per cui continua ad assumere psicofarmaci per poter affrontare le sue giornate in maniera più serena nonostante il medico abbia deciso di farne interrompere l’assunzione; tale situazione si aggrava proprio quando l’individuo stesso non riesce a fare a meno dell’utilizzo del farmaco.

Questa “dipendenza psichica” può essere determinata da diversi fattori:

  • in primis il soggetto teme la ripresa dei sintomi fastidiosi che si presentavano precedentemente all’utilizzo degli psicofarmaci, dunque l’unico modo per non ricadere nel baratro e nei ricordi ad esso associati è continuare in maniera imperterrita ad assumere questi medicinali “salvavita”.
  • Altre volte si cerca di non sospendere i farmaci perché si temono gli effetti dell’astinenza, quali squilibri del sonno, agitazione, sbalzi di umore, mentre a livello fisico possono sorgere disturbi cardiaci, motori e mentali.
  • Alla base di questo sovradosaggio di farmaci ci possono essere assolutamente delle carenze psicologiche concernenti la vita personale sociale, affettiva, familiare e lavorativa, discutibili attraverso un percorso di psicoterapia; come detto precedentemente una delle principali cause di un utilizzo continuo di medicine può essere il timore di non rivivere momenti poco gratificanti per la persona stessa uniti a tutti i sintomi fisici che essi potevano comportare.

Attraverso un percorso psicoterapeutico è importante innanzitutto  accettare ed accogliere la richiesta di aiuto formulata dall’utente, successivamente è necessario capire tutti i fattori che hanno comportato tale assunzione autonoma; bisogna inoltre analizzare i contesti di appartenenza della persona, i vissuti personali e tanto altro, ma ciò su cui è doveroso focalizzare l’attenzione è la funzione che ha per il soggetto il farmaco. Difatti spesso esso può essere considerato come una fuga dalle sofferenze, un modo per aggirare gli ostacoli, un escamotage per trascorrere le proprie giornate in maniera più tranquilla e talvolta più comoda.

Dunque, compito dello psicoterapeuta è quello di creare una soddisfacente “alleanza” con l’utente, atta a  rendere più trasparente e chiara la situazione, esplorandone ogni piccola sfumatura presente, sviscerando tutti i lati che potrebbero celare verità nascoste, magari coinvolgendo anche persone significative nella vita dell’individuo, soprattutto, cosa molto importante, egli deve essere in grado di far emergere tutte quelle risorse interne ed esterne nell’utente che gli diano quella forza di volontà tale da recarsi nuovamente dal medico e chiedergli quali siano i passi da seguire per poter abbandonare, questa volta in maniera definitiva, l’assunzione del farmaco.

Il medico, dal canto suo, deve essere in grado di inculcare nel soggetto, in maniera più che convincente, la consapevolezza  che se ha stabilito di sospendere un farmaco è perché la prosecuzione della terapia  non comporterebbe alcun beneficio al  benessere di chi lo assume.

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