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Il Parto in Acqua: Cos’è e Come si Fa, Rischi e Benefici

Parto in acqua: la sua storia dai tempi degli Egizi ai giorni nostri. La pratica moderna, i benefici e le controindicazioni di questo metodo per partorire.

Alessandra Albanese

di Alessandra Albanese

25 Maggio 2015

Fin dagli anni ’90 il parto in acqua è considerato una procedura ostetrica vantaggiosa per mettere al mondo un bimbo, e a tal scopo molti ospedali italiani si sono attrezzati per l’evenienza.

Il parto in acqua. Un po’ di storia

il parto in acqua

 

 

L’acqua, o meglio l’idroterapia, è stata utilizzata per secoli come un modo per rilassarsi e per trarre beneficio da questo elemento (si pensi alle terme, utilizzate addirittura millenni or sono).

Quando per la prima volta è stata pensata per il travaglio in effetti non si è stabilito precisamente, ma in alcune parti del mondo l’usanza di partorire in acqua, sulle rive del mare, o in luoghi atti all’evento è una pratica che si perde nella notte dei tempi.

Il primo parto in acqua è però documentato in Francia nel 1805, quando una donna, sfatta da 48 ore di travaglio, scivolò in una vasca da bagno per alleviare il dolore, e diede alla luce il suo bimbo proprio poco dopo essersi immersa.

Dopo quel momento, e per i successivi 150 anni molte sono state le teorie sul beneficio di partorire in acqua anche nell’Occidente civilizzato.

Negli anni ’60 poi l’interesse per questa pratica crebbe, grazie agli ‘esperimenti’ di un ginecologo russo, Igor Charkovsky, che rilevò i benefici del parto in acqua e subito dopo la capacità dei neonati di nuotare durante i loro primi giorni di vita.

Lui credeva che il parto in acqua alleviava il peso della gravità a livello cerebrale, rafforzando e capacità psichiche del neonato.

La sua tecnica venne considerata radicale, specialmente considerando che durante i suoi parti si lasciavano i bimbi appena nati per un paio di minuti proprio dentro l’acqua.

Charkovsky poi continuò nel tempo ad insegnare ai genitori con l’intento di aiutare i neonati ad essere sani, resistenti e forti.

Un altro ostetrico negli anni ’60 introdusse la tecnica del bagno caldo durante il travaglio o subito dopo la nascita per ridurre la percezione di una ‘transizione violenta’ dall’utero al mondo esterno, con luci soffuse, e rumori attutiti.

Questa tecnica è conosciuta come parto dolce, e il medico in questione era Frederick Leboyer, sebbene non proprio considerata come fautrice del parto in acqua quanto refrigerio postumo per i dolori della partoriente.

Infine un altro ostetrico francese, Michel Odent, realizzò delle vere e proprie stanze per il parto, attrezzate di vasca da bagno come sollievo dal dolore per il parto in acqua, soprattutto in travagli lunghi e difficili.

Proprio nei suoi studi egli avrebbe appurato che su circa 100 nascite non si erano verificati eventi avversi, per cui si poteva considerare questa tecnica come sicura e benefica per donna e bambino (1983).

Ma è negli anni ’90 che la tecnica del parto in acqua trova la sua maggiore diffusione.

In Australia, USA, Europa diviene popolare il travaglio in questo modo, sebbene non ci siano state sperimentazioni mediche che abbiano dato valenza a questo procedimento per il parto.

In effetti il parto in acqua, dal punto di vista medico non ha supporto scientifico che possa farlo preferire ad una tecnica standard, fuori dall’acqua dunque (Fonte: Birth.com.)

 

Il parto in acqua. Benefici per il nascituro

parto in acqua

Ricerche di questi anni avrebbero infatti dimostrato che i tassi di mortalità tra le due tecniche non si discostano molto, dunque la preferenza sull’una o sull’altro modo di partorire non determinerebbe benefici appurati per il bimbo.

Il parto in acqua benefici per la mamma

La mamma piuttosto trae maggiore beneficio da questa tecnica: è più rilassata, il travaglio dura meno e c’è meno richiesta di analgesia peridurale nelle donne che scelgono di partorire con questa tecnica.

Per ovvi motivi, anche fisici.

> L’acqua calda è un ottimo strumento per rilassare i muscoli, il galleggiamento del corpo inoltre riduce la gravità e dunque il peso, consentendo alla puerpera maggiore libertà di movimento e garantendo posizioni più comode e favorevoli.

> Il galleggiamento favorisce anche le contrazioni, e automaticamente la produzione di ossitocina (e viceversa), e migliorando la circolazione del sangue e l’apporto di ossigeno ai muscoli riduce il dolore.

> Infine l’acqua dona una sensazione di calma e benessere e questa consente il rilascio di endorfine, che sono naturali ‘antidolorifici’.

> Inoltre sembrerebbe che la maggiore elasticità dovuta alla mancanza di peso e all’effetto del liquido, influisca anche sul minor rischio di lacerazioni.

Il parto in acqua: i rischi

parto in acqua

Secondo il “Committee on Fetus and Newborn” della American Academy of Pediatric, non è stata dimostrata alcuna efficacia e la sicurezza del parto in acqua, e pertanto la procedura deve essere eseguita in centri specializzati e sotto il controllo medico.

Inoltre non è detto che partorendo in acqua si sia salvi da rischi e complicazioni per il neonato.

In primo luogo il rischio di infezioni, che può essere evitato soltanto usufruendo di strutture ufficiali, controllate rigidamente e che seguono rigorosamente il protocollo.

Un altro rischio, sebbene bassissimo, è quello per il bimbo di inalare l’acqua, sebbene il riflesso apneico del neonato quando è perfettamente sano consente di evitare questa evenienza.

Ipotetica ma possibile, sebbene rara, anche una embolia per la mamma, che potrebbe verificarsi se l’acqua entra in circolo nel sangue.

Nei casi di gestosi gravidica poi è sconsigliato il parto in acqua perché ipertensione e sofferenze fetali potrebbero essere troppo rischiose.

In casi di infezione da herpes il parto in acqua è sconsigliato, così come i parti gemellari, podalici e prematuri, cioè i casi nei quali è necessario l’intervento immediato del medico, che potrebbe essere sfavorito dall’acqua.

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