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Morte e lutto, come aiutare i bambini e spiegare la fine della vita

Simona

di Mamma Simona

12 Maggio 2011

<< La morte fa parte della vita >>

Questo eufemismo per quanto stonato possa sembrare, racchiude il ciclo della vita: si nasce, si cresce, si vive da adulti, si invecchia e si muore. Ancora la scienza non è arrivata a carpire il segreto dell’immortalità…e forse è meglio così.

Tutti temiamo la morte: i religiosi credenti che pur si danno delle spiegazioni e pensano al proseguimento della vita in un al di là; i laici che credono nel termine della vita con la morte del corpo; gli agnostici che si pongono in stand by riconoscendo una limitazione umana nel darsi risposte.

Parlare di morte è difficile, per anni è stato considerato tabù. L’alone misterioso che avvolge il discorso morte ci spiazza perché ci pone al centro di un architettura di cui non conosciamo i confini, e l’ignoto spaventa….

Nella nostra società occidentale la morte si accompagna a sentimenti forti di paura, disperazione, senso di perdita, angoscia, frustrazione per la non accettazione dell’evento. Questo sicuramente ostacola un approccio sereno all’argomento. Se noi adulti non siamo per primi tranquilli, risulta difficoltoso affrontare con i nostri figli l’argomento serenamente. La tendenza dei genitori è quella di evitare l’argomento “morte” con i propri figli, quasi si volesse mettere in atto un’azione protettiva sentimentale; tutelando il bambino dal concetto di morte, come se non gli appartenesse, come se posticipando l’attenzione si esorcizzasse.

L’omissione è un atteggiamento malsano che non consente l’elaborazione; si tratta di un meccanismo di difesa che attuiamo quando la portata della tematica ce la rende difficile da affrontare. Non è di certo una soluzione, giacché i conti, quando restano in sospeso, vanno prima o poi affrontati.

La morte è semplicemente la perdita fisica di qualcuno che ci è caro.

Il concetto di perdita non è ignoto ai bambini, che sperimentano “la perdita, la separazione” già dal parto, quando avviene il primo, per alcuni il più grosso, trauma della vita, la separazione dalla madre, il taglio del cordone ombelicale e l’inizio di una vita autonoma. Il primo respiro è doloroso, il bambino piange, ha paura. Questo forte imprinting non pregiudica l’approccio positivo alla vita, semplicemente ne fa parte.

La vita schematicamente può essere suddivisa in una serie di esperienze che unite formano il nostro vissuto, il nostro background. Ogni esperienza è una “parte” inalienabile, essenziale per la nostra singolarità, per il nostro essere, caratterizza ogni individuo e forma sua personalità.

I bambini sono assolutamente in grado di capire il significato di “morte” quando venga loro spiegato in modo chiaro, semplice, onesto evitando di ricorrere a piccole bugie con il falso obiettivo di rendere la realtà “più accettabile”.

Essere onesti, sinceri con i propri figli vuol dire rispettarli; raccontare loro frottole, nascondere la verità, privarli dell’esperienza, significa far loro un torto che potrebbe avere nel futuro ripercussioni negative.

Il lutto va vissuto ed elaborato per poter essere accettato, il dolore va affrontato per poter essere superato.

Se questo processo si accantona o si posticipa nella falsa credenza che un bambino non sia in grado di capire, ci si allontana dalla realtà, si perde “aderenza” col concreto; la confusione che ne deriva può essere devastante; l’elaborazione del lutto viene impedita. Prima o poi con questa realtà bisognerà fare i conti, posticiparla significa solo ingigantirla, renderne più difficile l’approccio, rischiando di non riuscire a gestirla e dunque di esserne travolti, vivendo ansie e disturbi che è possibile risparmiare.

Ricordiamo sempre che ciò che non conosciamo ci spaventa, parlare col bambino, ascoltare le sue paure, fornirgli spiegazioni chiare, semplici, sincere fornisce al bambino strumenti di elaborazione necessari per affrontare serenamente l’argomento.

Il concetto di morte, di fine di una vita fa parte della realtà del bambino: la pianta sul balcone di casa che perde le foglie e muore, l’insetto morto trovato; ma anche nella fantasia dei cartoni animati, delle favole raccontate la morte è presente. Si tratta di una realtà ricorrente e dunque già sperimentata, sebbene indirettamente.

La necessità di affrontare l’argomento è palese.

 

Parlando di morte ai bambini, è assolutamente importante usare concetti e termini adeguati in base all’età, alle caratteristiche personali del bambino (un bambino ansioso, insicuro, pauroso avrà maggior necessità di un approccio soft)….spesso si rende necessario quando gli eventi della vita ci vedono protagonisti indiretti di un evento luttuoso; quando ciò accade non ci si può sottrarre dal dare spiegazioni al bambino, anche se, meglio sarebbe averne parlato prima, preparandolo in tempi e situazioni più serene.

Già a 2-3 anni il concetto di “perdita” di qualcosa è comprensibile per un bambino “perdo la mia palla perché un altro bambino me l’ha portata via”, ma per sostenere che comprenda il concetto di morte, è troppo presto. Percepisce in generale un senso di perdita misto a confusione. Il bambino necessita di molta rassicurazione più che altro fisica, con abbracci e coccole; le parole non sono lo strumento più idoneo di comunicazione del bambino che tanto più è piccolo, tanto più utilizza il linguaggio del corpo. Sicuramente tenerlo stretto tra le braccia, facendogli sentire il nostro amore, vale molto più di mille parole rassicuranti.

In età “scuola materna”, dai 3 ai 6 anni, i bambini sviluppano “interesse” nei confronti della morte; nel gioco simulato con i personaggi o con le bambole viene ripreso il concetto della morte (anche se il personaggio poi viene fatto resuscitare). E’ questa forse l’età in cui è possibile iniziarne a parlare in modo semplice spiegando che quando una persona muore, il suo corpo non si muove più; che il distacco non è momentaneo, ma che la persona non tornerà più. Chi è credente potrebbe iniziare a fornire una spiegazione semplice di continuità di vita dell’anima.

La perdita è un concetto già acquisito ma associato a perdita di una persona cara, genera dolore che viene vissuto molto intensamente. Il bambino potrebbe vivere un forte sentimento di abbandono; perché il lutto è un abbandono, la persona che muore abbandona la vita; e dunque portare anche del risentimento. Il bambino potrebbe essere arrabbiato per essere stato abbandonato.

In età scolare tra i 6 e i 10 anni, sollecitato magari dall’educazione religiosa ma anche per curiosità verso conoscenze universali, il bambino inizia a rivolgere domande esistenziali (cosa c’è dopo la morte, perché moriamo ecc…). A quest’età le emozioni sono molto forti ma le capacità di controllarle e canalizzarle non sono ancora completamente sviluppate. Rabbia e aggressività si accompagnano spesso al dolore e sono una manifestazione della sofferenza.

In pre-pubertà i ragazzini hanno le capacità per comprendere il concetto di morte così come lo intendiamo noi adulti. La difficoltà sta nel gestire le emozioni…ma questo accade anche negli adulti! A quest’età il confronto con i pari è importante; oltre che con la famiglia, parlarne anche con gli amici e confrontarsi è auspicabile.

 

L’importanza di esprimere il dolore

Per tutti è importante esprime il proprio dolore, manifestare i propri sentimenti, che nei bambini possono essere devastanti, perché crescere vuol dire anche imparare a gestire le proprie emozioni e loro stanno crescendo e stanno acquisendo questa pratica che non è per nulla consolidata. Il dolore va vissuto perché è attraverso il dolore che si metabolizza, si elabora e si “riemerge”. Tenersi tutto dentro, non concedersi di soffrire, è un grande errore perché tutta questa compressione di sentimenti in un contenitore tanto piccolo, rischia di esplodere diventando ingestibile.

Al bambino deve essere chiaro che noi soffriamo non per paura della morte, ma per la perdita della persona cara. Si soffre perché nel quotidiano non viviamo più il rapporto, ci resta il ricordo, che va tenuto fresco ed è il tramite che ci fa mantenere vivo l’affetto per la persona che non c’è più.

Il pianto è espressione di dolore, è una liberazione per due motivi, ci permette di vivere il dolore a fondo (effetto liberatorio), e causa la produzione di reazioni chimiche nel nostro corpo che hanno un effetto calmante.

I bambini usano sopratutto il linguaggio del corpo, tanto più se sono piccoli e non hanno padronanza del linguaggio. La confusione mista alla sofferenza può generare comportamenti “da regressione” ovvero atteggiamenti propri di bambini più piccoli (pipì a letto); altri si mostrano più paurosi, alcuni più bisognosi di affetto e coccole (per esempio vogliono stare sempre in braccio), altri sviluppano aggressività o disturbi dell’alimentazione, peggiora il rendimento scolastico, altri ancora combinano marachelle per richiamare l’attenzione degli adulti. Alcuni arrivano addirittura a pensare di essere causa della morte della persona, sviluppando un forte senso di colpa (“se mi fossi comportato bene, non sarebbe morto”).

Il bambino va aiutato, supportato con tutto l’affetto possibile; deve sentirsi amato, considerato e va considerato il suo dolore, non negato, ma accolto, capito.

Lo spirito di protezione che abbiamo verso i nostri figli ci spinge a proteggerli da esperienze negative, ma purtroppo alcune sono necessarie, perché solo “passandoci attraverso”, ritroviamo equilibrio e serenità; sbrogliamo i nodi della nostra vita che altrimenti ci porteremo appresso finché un giorno, prima o poi, ci toccherà tornare indietro e risolverli per poter procedere con tranquillità, senza conti in sospeso. La zavorra a un certo punto della vita diventa troppo pesante da trascinare, bisogna liberarsene.

La condivisione del dolore, è un concetto che di primo acchito può lasciare perplessi. In realtà si tratta di un’ottima strategia per superarlo insieme, unendo le forze.

E’ inutile far finta di non essere tristi, i bambini lo capiscono, leggono i messaggi inconsci che noi adulti mandiamo loro. E dunque per spirito di coerenza è giusto spiegare la tristezza, condividerla….che è diverso dal delegare al bambino la responsabilità della gestione della nostra sofferenza! Ma è il riconoscimento della perdita di qualcuno che si amava in comune, la capacità di affrontare il dolore derivante ed insieme sostenersi per superare il momento difficile. Condividere un peso ci alleggerisce, lo stesso vale per i bambini, sopratutto per i più grandicelli.

Trattare l’argomento “morte” con il bambino, prima che possa capitare un occasione di perdita, fornisce degli strumenti di preparazione che evitano che venga colto totalmente impreparato in una situazione già di per se devastante.

Quando muore una persona amata dal bambino, è importante essere sinceri con lui, evitare bugie che portano solo angoscia, delusione, ansia, apprensione. Con chiarezza è giusto comunicare la notizia, spiegando con termini adatti ma tangibili, reali. Lasciando sempre aperto uno spiraglio di speranza, indipendentemente dalla fede religiosa che fornisce spiegazioni, occorre sottolineare che la persona amata continua a vivere nel cuore di chi l’ha avuta cara in vita.

La sincerità va tenuta anche nel comunicare al bambino non piccolo che la persona amata sta morendo, osservando sempre modi e tempi adatti all’età. Spesso si evita perché in quei momenti si ha già tanto altro cui pensare e rinviare il problema ci alleggerisce di un peso da affrontare nell’imminenza. In realtà la sincerità aiuta il bambino a fidarsi degli adulti, che dovranno sostenerlo nel momento della sofferenza perché “non mi hanno tradito, non mi dicono bugie, quindi meritano la mia fiducia” e preparano il bambino ad accettare il lutto. Inoltre la conoscenza della realtà permette al bambino di salutare la persona amata prima che muoia e chiarire eventuali incomprensioni, che a postumi possono diventare grandi macigni da trasportare. Detto così è molto semplicistico, in realtà c’è una rete di condizionamenti e di meccanismi che ci intrappolano e non rendono noi adulti liberi di pensare al reale bene del bambino, in momenti tanto drammatici, mantenere la serenità mentale è un obiettivo quasi utopico.

 

Il funerale

In passato, e spesso accade ancora nel presente, la tendenza era quella di non far partecipare il bambino al funerale. Buona parte della psicologia odierna consiglia il contrario. Il funerale simbolicamente parlando rappresenta l’ultimo saluto alla persona amata, precludere questa esperienza al bambino equivale a privarlo di qualcosa, oltre ad escluderlo da un evento di famiglia, sminuendo così il suo ruolo all’interno della famiglia. Allontanare il bambino durante il funerale, equivale a un non-coinvolgimento, quasi ad un abbandono, il bambino dovrà gestire il suo dolore da solo e non avrà la possibilità di condividerlo. Le reticenze riguardanti presunti elementi macabri legati al funerale sono retaggi di una cultura ormai sorpassata, sebbene ancora radicata nella tradizione.

Il funerale è anche un momento di condivisione del dolore, di sostegno e supporto reciproco. Un momento anche di trasporto nella manifestazione del dolore, anche pubblico.

Il bambino deve poter decidere di partecipare o meno al funerale, senza essere forzato, qualora decidesse deve essere preparato, sapere come si svolge la cerimonia, cosa accade.

Anche il ricordo del funerale, serve come simbolo di “passaggio”e fissa bene nella mente del bambino ciò che sta avvenendo. Durante il funerale può essere a lui affidato un compito, come per esempio portare una candela. Il funerale è un momento carico di emozioni, così è anche per il bambino che deve sempre essere considerato e sostenuto, perché non gli venga a mancare affetto e protezione.

Anche l’ultimo saluto al corpo del defunto, prima che la bara venga sigillata, dovrebbe essere una decisione lasciata al bambino. Mio figlio ad esempio, a suo tempo volle mettere nella bara del nonno il suo peluche preferito, un coniglietto, “così gli fa compagnia”, disse; era un modo come un altro per lasciare al nonno qualcosa di se’.

 

Qualora l’elaborazione del lutto diventi troppo faticosa o incontri difficoltà da parte del bambino, è sempre bene ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta con cui condividere il percorso.

 

 

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