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Genitori e figli: sindrome del nido vuoto quando i bambini crescono

di Dott. Giuliano Gaglione

30 Maggio 2011

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro,
poiché abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare.
Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi,
poiché la vita procede e non s’attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate lontano.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la forza vi tende,
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere,
poiché, come ama il volo della freccia, così l’immobilità dell’arco

.. queste le parole di una celebre poesia di Kahlil Gibran.

“I vostri figli non sono i vostri figli”, una assoluta verità: i figli vengono da noi per natura, ma naturalmente non ci appartengono, seguiranno i loro destini e vivranno le loro esistenze, diverranno adulti ed autonomi, impareranno a volare sorretti dalle loro sole ali e lontano da noi.

L’autonomia del figlio è un fatto che ogni madre ed ogni padre razionalmente riconosce, tuttavia, noi genitori spesso  fatichiamo ad emanciparci dalla cura dei figli. È nostro il difficile compito di educare i bambini alla autonomia e, contemporaneamente, dobbiamo preparare noi stessi al “distacco dal figlio”. Laddove, poi, riconoscere il figlio come un adulto equivale a rispettarlo ed è il caposaldo di un rapporto armonioso, equilibrato e sano.

Il nostro psicologo, il Dottor Giuliano Gaglione ci illustra la cos’ detta Sindrome del Nido Vuoto, raccontandoci del “distacco” dei figli dal contesto familiare.

La sindrome del “nido vuoto”

No, cari lettori, non è un articolo sugli uccellini che imparano a volare, tranquilli, “nido vuoto” è nient’altro che la rappresentazione di un quadro familiare in cui si staccano definitivamente i cordoni ombelicali all’interno dello stesso nucleo e i pargoli, i cosiddetti “prolungamenti” dei genitori, spiccano autonomamente il volo iniziando a gestire da soli il loro stile di vita.

Per un padre e una madre, guardare il loro sempiterno bambino che chiude la porta di casa e inizia a vivere senza più il loro sostegno è un colpo molto forte perché nella loro mente si può creare la “fantasia consapevolmente irrazionale” secondo cui i figli “ricambiano” tutto l’affetto e la cura loro profusi, allontanandosi; tuttavia questo supporto genitoriale in fin dei conti ha come pura finalità quella di garantire un’equilibrata autonomia ai loro “piccoli”.

Ecco la magia del “ciclo di vita” di una famiglia: inizialmente si crea la coppia, si prolifica, si crescono i figli e poi, al loro allontanamento si ritorna alla situazione di partenza e così, nel tempo di “una sventolata di fazzoletto” trascorre una vita intera, fatta di gioie e delusioni, rimpianti e rimorsi, liti e ricongiungimenti; ma se inizialmente per la coppia un figlio è solo la rappresentazione di una fantasia, di un sogno ad occhi aperti, con  la “sindrome del nido vuoto” questa fantasia si è tramutata in realtà, una realtà fatta di sorrisi e lacrime, ma “la realtà è e rimarrà per sempre negli occhi di chi guarda” e, anche se i loro “eterni bambini” volteranno le spalle e si avvicineranno ad un mondo in cui non saranno più così tanto sorretti, per un genitore un figlio è PER SEMPRE quindi il pensiero costantemente raggiunge la luce, l’essenza della loro anima e difficilmente se ne stacca.

Tuttavia dobbiamo fare attenzione su come viene gestito questo pensiero: se c’è l’incessante tendenza a non voler tagliare questo cordone ombelicale e le giornate trascorrono tra telefonate colme di preoccupazioni relative allo stato di salute dell’altro, può darsi che nel rapporto genitori-figli queste tensioni non sono state sviscerate completamente, quindi il distacco è avvenuto solo corporalmente, ma le due anime sono ancora in simbiosi, quasi come una relazione neomamma-neonato.

Sul versante opposto c’è chi, una  volta allontanatosi dal tetto genitoriale, stenta ad avere una comunicazione costante ed interessata nei confronti della famiglia, quasi fosse vissuto tra le  mura domestiche per necessità, non per amore.

Inoltre vi possono essere coppie la cui relazione con i figli rappresentava un anello di congiunzione….è brutto affermarlo, ma possono anche essere un mezzo per tenere apparentemente equilibrato il loro rapporto e, una volta usciti di casa i figli, riemergono tutt’ad un tratto i problemi che erano stati accantonati con la loro nascita.

In tutti questi casi, se tali problematiche relazionali possono creare disagio almeno ad un membro della famiglia, è importante dialogare, capire cosa c’è che non va, cercare di elaborare quanto più possibile i dissapori che si sono venuti a creare all’interno del contesto di appartenenza.

Cosa resta di un figlio, del senso dell’esistenza di ogni genitore, una volta che ha abbandonato il nido domestico e spicca il volo? E cosa resta dei genitori, che giustamente ci accompagnano alla porta e ci augurano il meglio per la nostra vita, ma che in fondo desiderano stringerci continuamente tra le loro braccia? Restano le  orme, resta il ricordo gioioso di un tempo che fu e che c’è tramite la mente, il motore che regola la nostra esistenza….e quando si sentirà la nostalgia e la voglia di telefonare al familiare ormai distante per comunicare la più banale sciocchezza, riflesso del puro desiderio di assaporare nuovamente la costanza del proprio prolungamento naturale, sarà allora che ci si potrebbe sentire orgogliosi di far parte di una famiglia in armonico equilibrio.

 

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