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Bambino morto: quando la morte fa notizia tra dolore e indignazione

di Dott.ssa Licia Falduzzi

03 Giugno 2011

La vita non fa notizia, la morte sì.

Vi siete mai chiesti come e perché un evento diventa notizia? Cioè come e perché un fatto, un qualsiasi fatto, vien riportato sui giornali, rendendolo degno di nota, ed invece un altro no?

Chiariamo innanzitutto il significato di alcuni termini. Il giornale è uno dei tanti mezzi di comunicazione (insieme alle riviste, alla radio, alla televisione, ai libri…) dai quali noi traiamo informazioni e con i quali entriamo a contatto in un processo comunicativo in cui noi siamo i destinatari del messaggio, coloro che ricevono il messaggio, e i mass media sono gli emittenti, coloro dai quali proviene il messaggio. Nel caso dei giornali, il messaggio si chiama “notizia”.

Ogni giorno nel mondo accade una quantità infinita di eventi, che si susseguono incessantemente, ma non tutti però sono rilevanti, non tutti cioè diventeranno notizia, guadagnandosi un posto nelle pagine dei giornali (o dei telegiornali o della radio).

Detto ciò, si capisce che una notizia è, sì, un fatto realmente accaduto, ma allo stesso tempo è solo una parte di una realtà, una fetta, una porzione che il giornalista ha ritenuto opportuno estrapolare, selezionare, fotografare facendola diventare cronaca. Ma come avviene questo processo di selezione degli eventi?

“21 maggio 2011. E’ morta Elena, 22 mesi, dimenticata in auto dal padre per alcune ore sotto il sole”

“21 maggio 2011. E’ nato Luca. Sta bene, mangia e dorme soddisfatto accanto alla sua mamma”

Due eventi, uno degno di nota e l’altro no, uno parla di vita ed uno di morte, uno diventerà notizia, l’altro no. Eppure sono fatti entrambi accaduti. Ma la vita non fa notizia, la morte sì.

Se la piccola Elena fosse stata dimenticata in auto ma non fosse morta, la sua storia non sarebbe diventata notizia. Se il piccolo Luca, subito dopo esser nato, fosse stato gettato in un cassonetto della spazzatura, la sua storia sarebbe diventata una notizia.

Affinché un evento diventi notiziabile è necessario, dunque, che possieda certi requisiti, che in gergo si chiamano “valori notizia, e che sono stati variamente classificati dai sociologi della comunicazione. Uno di essi è l’essere “insolito”. Una delle regole più basilari del giornalismo è racchiusa nella seguente frase:

“Quando un cane morde un uomo non fa notizia, perché capita spesso. Ma se un uomo morde un cane, quella è una notizia”.

Allo stesso tempo, però, un evento è notiziabile quando è prevedibile: a fare notizia sono le cose che ci aspettiamo, sono gli accadimenti ai quali siamo preparati, sono le cose che temiamo possano accadere o che desideriamo che accadano.

È notizia, inoltre, ciò che accade a gente comune in situazioni straordinarie o a personaggi pubblici e/o famosi in situazioni ordinarie. Oppure storie che commuovono il pubblico o che siano drammatiche. È più probabile che sia un evento negativo a diventare notizia che non un fatto positivo. È la morte della piccola Elena ad essere diventata notizia, non la nascita del piccolo Luca.

Cosa voglio dire con tutto ciò?

La risposta è nella definizione che Walter Lippman, uno dei padri fondatori della sociologia dei media, ha dato della notizia.

“La notizia non è uno specchio della situazione sociale, ma la cronaca di un aspetto che si è imposto all’attenzione.”

 

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