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Facebook, foto del “medico della morte” pubblicata dal padre di un bimbo morto

Federica Federico

di Federica Federico

12 Giugno 2011

Su Facebook  un “uomo comune” pubblica la foto di un medico accompagnata da questa  frase: “Se li conosci li eviti, il medico della morte”.
Le parole, scritte in calce all’immagine, da sole suggeriscono dolore, paura e sete di giustizia.

Chi è l’uomo che fa di Facebook  il suo strumento di “lotta”? Chi è il medico “impresso” sul suo profilo? E qual è il senso di quelle parole?

I fatti:  Mario Alinovi è un papà che soffre la pena più grande che si possa infliggere ad un uomo, ovvero la morte del figlio. Il suo bambino è morto in ospedale a soli 3 mesi, il decesso sarebbe avvenuto durante un intervento chirurgico nel luglio 2009.

L’operazione era una di quelle “semplici” definita di routine, ma, inaspettatamente,  divenne una tragedia.

Chi non è genitore non può comprendere: la morte di un figlio è un evento inconsolabile. Non serve il tempo a lenire il dolore, anzi. Nel trascorrere della vita inevitabilmente il dolore torna, cresce e si rinnova … torna, cresce e si rinnova nel pensiero di come sarebbe stata diversa la vita insieme a quel figlio che non si è visto crescere.

Per la morte del bambino è in corso un inchiesta.  I fatti risalgono al 2009 oggi siamo nel 2011. Per questa disgrazia numerosi sono  i medici indagati. Ma la giustizia, che pure sta facendo il suo corso, non è giunta ancora ad una determinazione certa degli avvenimenti e delle responsabilità.

Ecco che Alinovi fa di  Facebook il luogo del suo grido di dolore, prima pubblica sfoghi carichi di  allusioni nei confronti di tutti, secondo alcune fonti anche dei magistrati, poi mette sulla sua bacheca  una foto, nell’immagine uno dei medici presenti al momento del decesso del piccolo.

L’accaduto apre una finestra sul dolore di un padre. Ma l’intimità della sofferenza diviene, nella liberta della rete, un evento pubblico.

Per lo più ci si interroga sulla “potenza dei social”, sulla loro forza “aggressiva”. Sulla giustezza dell’atto di Alinovi.

Con un certo “pudore”, azzardo  la mia personale lettura. Ma vi invito a guardare i fatti senza cadere nella trappola del “processo mediatico” – che è tristemente divenuto una piaga sociale.

Cosa penso?

Credo, innanzitutto, che la morte di un figlio sia un evento devastante. Un figlio è il futuro, è la vita che prosegue  che ci si attende vada oltre il nostro stesso “tempo”,  è la nostra impronta sulla terra. Un figlio che muore mentre ancora vive il genitore ribalta l’ordine naturale delle cose, spezza, mortifica e stravolge ogni aspettativa, devasta l’esistenza di chi pur deve sopravvivere ad un lutto tanto grande.

Rifletto, poi, su un fatto oggettivo: un lutto per essere elaborato deve avere una “logica spiegazione”, la morte nella mente di chi la subisce deve trovare una sua “giustificazione”. L’attribuzione di una responsabilità tal volta coincide con questa giustificazione.

Vero è che la giustizia ha i suoi tempi, tempi che in Italia sono lunghi, troppo lunghi. Altrettanto vero è che tali tempi “tecnici” non possono coincidere con i tempi “del cuore”, le ragioni dell’amore, i bisogni umani, singolari e irrinunciabili a comprendere, sapere, elaborare il lutto e trovare giustizia.

Il fatto che oggi tanto fa discutere, prima di innescare il processo mediatico contro questo o quel medico, questa o quella struttura, denuncia un problema sociale: l’Italia non dimostra di essere uno Stato “umanamente giusto”.

I deficit del sistema giudiziario coinvolgono vite umane, aspettative sociali e personali, coinvolgono l’evoluzione di un sistema in cui motore, causa e ragione è l’uomo. Eppure non risolvendo quei deficit l’uomo stesso  sembra essere trascurato e messo da parte, ignorato.

Questa vicenda fa luce sul dolore dell’uomo. Io mi domando: la nostra società sta negando completamente l’ importanza dell’individuo?

Se il giustizialismo pretende un processo equo ed approfondito, se il garantismo pretende che sino alla condanna l’imputato sia tale, ovvero non sia colpevole né colpevolizzabile, la giustizia, intesa nella sua accezione più pura, dovrebbe garantire alla vittima una “sicura e pronta” soddisfazione.

Insomma mentre da un lato avanza – lentamente – il processo e dall’altro gli imputati – come deve essere – si difendono, chi lancia una occhiata dall’altra parte della barricata? Chi si interroga sulle aspettative delle vittime?

Una giustizia lenta è una condanna inferta alle vittime perché allunga ed amplifica le loro sofferenze. Questo è un fatto che non si può negare, ma non si può neanche accettare o giustificare come fisiologico è un fatto a cui ci si deve opporre ed a cui lo Stato deve fare fronte, almeno dovrebbe in quanto Stato Civile.

Detto questo è chiaro che l’atto compiuto da Alinovi non è un gesto “corretto” in punto di legge, forse non è definibile neanche come un gesto “ragionevole”. Ma è un “gesto”, è un “fare” di un uomo che, probabilmente, subisce una condizione che egli interpreta come di immobilismo. La legge non gli da risposte certe, la giustizia non si compie lasciandolo alla sua disperazione … allora lui, il padre distrutto dal dolore, sente di agire, agire in qualche modo.

Chi giudica l’azione di Alinovi  considerandola  nella sua fissità dimostra di non indagarne le ragioni. Qui non si tratta di stabilire se quest’uomo ha commesso o meno un illecito nel pubblicare quella foto, probabilmente facendolo sapeva esattamente a cosa sarebbe andato incontro.

Qui si tratta di ammettere che la libertà dell’individuo è minata da un sistema che non garantisce alla giustizia una espressione di sé soddisfacente.

Nelle aule del potere bisognerebbe tornare a parlare di giustizia in termini di rispetto dell’uomo per mediare tra i tempi delle garanzie giudiziarie ed  i tempi umani, quelli della “esigenza di verità” e “della sete di giustizia” – che non sono solo “elucubrazioni filosofiche”.

Le amicizie di Alinovi su Facebook crescono,  è banale credere che ciò sia un segno di assoluto “favore ” verso il gesto di quest’uomo, si tratta, forse, di un comune e diffuso rispetto per il dolore e di una ragionevole opposizione alle lungaggini di una giustizia che non risolve le sofferenze delle vittime, non perché non sia, in ultima analisi, giusta, ma perché è certamente lenta.

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