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Perdere un figlio, come sopravvivere al lutto

di Dott. Giuliano Gaglione

06 Luglio 2011

Si può sopravvivere alla perdita di un figlio?

I figli: il senso della vita di ogni genitore, la fonte di un amore sconfinato sin da quando il piccolo è una minuscola cellula,  figlio: prolungamento composto da catene policromatiche inossidabili, l’unico pensiero che comunque e dovunque garantisce forza al corpo e luce all’anima, la punta di ogni iceberg, il sogno divenuto realtà … un figlio è Amore, un figlio è Vita.

E’ inutile esprime frasi fatte in “psicologiese” in cui, un figlio, sebbene sia stato procreato dal padre o dalla madre, è un entità diversa da loro; voglio spogliarmi per un attimo dai panni dello psicologo in senso stretto, voglio chiudere gli occhi,  immaginare il legame genitori-figli e non c’è teoria psicologica che tenga, i figli sono l’essenza dei loro genitori.

Se si guarda negli occhi del sangue del proprio sangue, cessa ogni pensiero negativo e pesante, di colpo ogni “rogna” sparisce, perché fissare quelle due stelle circolari denominate pupille rappresenta la vera gioia dei sensi.

Cosa accade se quegli occhi smettono di brillare e il loro cuore cessasse di battere? Io sono della personalissima idea che il concetto di “nulla” sia difficile da spiegare, ma penso che per un genitore veder finire la parte più importante di sé  comporti proprio questa sensazione: il nulla, il buio. Termina tutt’ad un tratto la ragione di aprire gli occhi, di alzarsi dal letto, di pensare, di accendere la luce … la vita non ha più senso; come si può dare un senso alla vita, se c’è stata tolta la vita stessa?

Infinite sono le reazioni che può suscitare la perdita di un figlio: c’è chi vive da vero e proprio vegetale, c’è chi si sforza di non pensare, c’è chi si tuffa a capofitto nel lavoro: tanti sono i modi per tentare di fronteggiare questo terribile evento, tutti aventi un’unica parola in comune: il dolore.

Questa sensazione dolorosa invade ogni cellula del corpo non solo della famiglia, ma di tutti coloro che amavano quella dolce vita; spesso c’è chi non vuole abbandonare questa sensazione perché è il dolore che mantiene vivo il ricordo della persona che ha amato così profondamente; possono imperversare sensi di colpa, di fallimento, di inutilità…. si entra così in un vortice oscuro, senza spiraglio di luce e se ci sono anche delle minime possibilità che un barlume di speranza si apra, esso viene richiuso, perché il dolore offusca la ragione e la voglia di vivere.

Non bisogna mai forzare una persona a reagire ed andare avanti senza che essa sia pronta; saranno l’amore, il sostegno e l’affetto di chi è vicino a fornire un porto sicuro per ogni esigenza del familiare del piccolo defunto. Il percorso di elaborazione è personale, unico, imprevedibile, inipotizzabile ma necessario perché comporta un’immersione dolorosa ma importante per andare avanti; ritengo che il pensare alla tragedia vissuta possa essere un buon canale per provare lentamente, con fatica, a riemergere, a denti stretti, sebbene spesso imperversi inesorabile la voglia disperata di rigettarsi nel letto e urlare, piangere, fare qualunque cosa pur di riaverlo.

E a voi, genitori in pena, dico: se un giorno accadrà che lentamente nella vostra anima disperata ed oscura si accende un lieve, minuscolo barlume di speranza e voi sentite di cogliere quella luce dentro di voi, provate a rialzarvi, senza sforzarvi, perché quella luce è vostro figlio, che vi chiede con occhi colmi di amore di andare avanti, guardare cosa c’è intorno e di provare ad accettare la vita così com’è, perché gli occhi del vostro amato defunto sono la luce che brilla dentro di voi e per tenere in vita la vostra anima bisogna respirare!

Allora provate ad inspirare quanto più ossigeno possibile perché questo è l’unico modo per far rivivere quelle stelle circolari che irradiano in maniera accecante tutta la vostra persona.

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