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Handicap di un Figlio: Cose da NON Dire alla Mamma

Fare è questo il solo verbo di sostegno che si può mettere in opera dinnanzi al dolore altrui, dinnanzi a bambini malati o affetti da handicap.

Federica Federico

di Federica Federico

12 Ottobre 2016

La malattia o la disabilità di un figlio diventa l’ handicap di tutta la famiglia.  

L’ handicap (di qualunque natura e peso sia) sarà tanto più grave e limitante quanto minore sarà l’accettazione della malattia e delle condizioni di vita che ne derivano da parte dei genitori.

handicap figlio

Handicap è sempre sinonimo di sofferenza, dolore, “diversità”. Questi fattori hanno il potere di tradursi in sentimenti e come tali di nutrire o avvelenare gli equilibri di una casa. Nutrono e arricchiscono oppure avvelenano e distruggono, a seconda dello spirito, delle armi e dei momenti in cui esplodono.

 

Quando si convive con un handicap, proprio o di un proprio caro, le emozioni della vita quotidiana possono essere amplificate, in realtà quella che si accresce è la sensibilità personale e con essa il modo di percepire le sfumature dell’esistenza.

 

Le emozioni tal volta accrescono e tal altra radono al suolo il cuore.  Nella vita accanto ad un handicap crescono fiori sulla terra arsa così come prendono fuoco campi fioriti, questo avvicendarsi di emozioni avviene senza soluzione di continuità e dipende da condizioni spesso estrinseche.

Le patologie hanno, infatti, bisogni ed evoluzioni che assai di frequente sfuggono all’umano controllo.

Handicap è sinonimo di fragilità, e quando il mondo in cui si vive è vulnerabile gli equilibri possono essere mandati in frantumi da piccole cose:

una malattia banale che si aggrava su un fisico già compromesso; una terapia costosa o invasiva; il lavoro di mamma che non riesce ad essere flessibile quanto basta; il cuore che non sostiene quel peso in quel moneto mentre l’animo vacilla; e ancora mille variabili di una vita fatta di speranze e lotte, troppo spesso con poche certezze.

Dal mondo intorno all’handicap provengono molti sguardi carichi di pietà.

La pietà è il peggiore tra i sentimenti per chi vive e lotta insieme a un diversamente abile, ad un bimbo speciale o ad un malato. Pietà vuol dire compianto, osservazione a mani giunte e cuore congelato. Chi è accanto a un “lottatore” ha rinunciato alle preghiere e alle lacrime. E dal momento in cui ha accettato la condizione di vita in cui si trova, ha incominciato la battaglia per la sopravvivenza.

Alla mamma di un “figlio con handicap” non dire mai:

Tuo figlio è un angelo;

tutti i bambini lo sono e il suo non è diverso dagli altri.

Vedrai che andrà tutto bene;

la mamma di un figlio speciale lotta perché tutto vada bene ma non si affida passivamente al futuro lo costruisce e non ha bisogno di frasi fatte.

Non ti arrendere;

lei non lo farà mai e non devi darle tu questo consiglio perché a spronarla bastano gli occhi di suo figlio!

Migliorerà sicuramente;

le mamme e i papà di bambini malati o con handicap avrebbero diritto ad una laurea in medicina ad honorem e conquistata sul campo. Comunemente sono molto responsabili, studiano le situazioni in cui si trovano i loro figli, le esaminano con attenzione, si informano e sono consci dei limiti e delle possibilità dei loro bambini.

Non so come tu faccia;

lei fa come fai tu e come sempre hanno fatto tutte le mamme del mondo, ovvero trae energia dall’amore per il suo bambino. Ogni madre attinge dal suo animo e dal suo amore tanta energia quanta ne occorre al figlio. Per la mamma di un “piccolo guerriero” non muta il meccanismo d’amore, mutano solo la sorte, il destino e la fortuna incontrati e capitati nella vita.

Mettiti nelle mani di Dio;

la mamma di un bambino malato o limitato da una qualche disabilità non ha bisogno di essere richiamata alla fede, potrebbe persino non averne, potrebbe persino non riconoscere la sua fede opotrebbe persino negarla e poi, forse, recuperarla. Lei ha solo le sue mani e se potesse averne altre certamente le vorrebbe concrete e non ideali. All’opposto se sente il bisogno di rivolgersi a Dio ha il diritto di farlo nella sua intimità.

Ti capisco;

ci sono cose che nessuno può capire. Addirittura si potrebbe dire che la malattia e con essa la diversità genera emozioni e reazioni sempre uniche, singolari, proprie e non emotivamente paragonabili.

 

Fare è questo il solo verbo di sostegno che si può mettere in opera dinnanzi al dolore altrui. Quando non si può fare, per logica e buon senso, sarebbe meglio abbracciare, accarezzare senza mai liberare parole come luoghi comuni o come frasi fatte.

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