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Amanda Knox e Raffaele Sollecito: 1.448 giorni in carcere per l’omicidio di Meredith Kercher

Federica Federico

di Federica Federico

01 Ottobre 2011

Amanda Knox e Raffaele Sollecito da 1.448 giorni sono in carcere, condannati in primo grado per l’omicidio di Meredith Kercher. Lunedì battute finali del processo di appello, esiste la possibilità, in caso di assoluzione,  che Amanda realizzi una fuga all’estero?

 

Tre famiglie – Kercher, Knox e Sollecito  – legate da un “destino diverso ma comune”, i loro figli – Meredith , Amanda e Raffaele – protagonisti,  in modo differente, “configgente ed opposto” di un unico “dolore”, una tragedia che ha segnato le sorti dei tre giovani universitari riconducendo morte e vita in un unico dramma : l’omicidio di Meredith Kercher.

È atteso per lunedì il verdetto d’appello per questo crudele delitto in primo grado Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede sono stati condannati per omicidio, violenza sessuale e furto.

La vittima si chiamava Meredith Kercher.

Oggi, forse, è più che mai opportuno ritornare a parlare di Meredith. Vale la pena ricordarla per ricordare alla opionione pubblica internazionale, assai impegnata a giudicare la colpevolezza dei “protagonisti” del processo di Perugia, che dietro e dentro la vicenda giudiziaria a cui assistiamo c’è stata e c’è ancora una vittima innocente.

Dicesi vittima chi contro la sua volontà (o senza potere opporre ed imporre la propria diversa intenzione) subisce ingiustizie, angherie e violenza.

In questo caso – nel caso che da omicidio Kercher è ultimamente divenuto processo Knox – Sollecito – la vittima è una giovanissima  studentessa inglese in Italia grazie al noto progetto Erasmus, progetto culturale che ogni anno permette lo“scambio” tra le università europee di centinaia di studenti meritevoli.

Meredith arrivava in Italia dall’Inghilterra, il suo era stato un “volo” da Londra a Perugia, il cui scopo era fare una comune e bella esperienza giovanile. Ma nella notte del 1º novembre 2007 Meredith ha lasciato la sua stessa vita a Perugia, nella sua camera da studentessa universitaria, in un appartamento condiviso con altri giovani, lì è stata ritrovata cadavere.

La sua morte è stata efferata e violenta qualcuno le ha reciso la gola, dal taglio è uscita, insieme al sangue, la vita stessa della giovane donna; la causa della morte, secondo i referti autoptici, fu, appunto, un’emorragia dovuta alla perdita ematica conseguente alla ferita al collo.

Ebbene, è questa morte la vera “protagonista del processo”.

I processi, la giustizia e la legge rispettivamente si svolgono, nascono e regnano per garantire l’ordine sociale e realizzare fattivamente il rispetto delle regole di convivenza civile. Non sono, insomma, concetti “soggettivi” o “riferibili in maniera personale” ad ogni individuo in modo “proprio e differente”.

I mezzi di comunicazione oggi, invece, determinano una erronea personalizzazione dei  processi giudiziari, tendono ad associare il giudizio alla valutazione soggettiva dei protagonisti del fatto giudicato.

Attenzione il processo mediatico e la personalizzazione del giudizio che porta con sé sono trappole: in vero l’esperienza umana dimostra che chiunque può errare, qualunque persona può essere o meno colpevole e la colpevolezza dipende da un comportamento materiale ed oggettivo contrario alle regole ed alla legge.

Il processo deve partire dalla considerazione di questo comportamento: nel caso  Kercher il comportamento contrario alla legge è l’omicidio.

In altre parole la stessa opinione pubblica non dovrebbe mai allontanarsi dalla causa originaria e scatenante del processo, che nel caso di specie è la fine di una giovane donna violentemente sgozzata.

Spesso la macchina mediatica sposta ”l’attenzione” sui colpevoli, scandagliandone le vite e mettendone a nudo le personalità. Ciò certamente può essere d’aiuto per la ricostruzione delle dinamiche dell’accaduto ma diviene deleterio “l’accanimento” sui “colpevoli” quando l’attenzione rivolta loro distrae dalle vittime e dal senso di giustizia che dovrebbe animare l’intera operazione processuale.

Chi giudica la Knox e Sollecito ragiona non sulle persone di “Amanda e Raffaele” ma sui possibili autori di un omicidio, parte cioè dal fatto delittuoso e da esso risale agli imputati attraverso gli indizi che obiettivamente a loro conducono.

L’omicidio Kercher in America è divenuto il caso di Amanda, Europa colpevolista contro America innocentista. Pare che le interviste esclusive ai Knox e gli speciali sulla loro famiglia valgano molti danari e ci sarebbe chi “sponsorizza” le  trasferte italiane dei familiari in cambio di esclusive apparizioni televisive.

Il pubblico ministero, Dottor. Giuliano Mignini, nella sua arringa finale, ha espresso anche il timore di una fuga. Alcune indiscrezioni parlano di un jet privato messo a disposizione della famiglia e pronto a riportare Amanda in America in caso di assoluzione. Il che equivarrebbe ad una fuga senza ritorno, tanto più che l’Italia e l’America non sono legate da alcun trattato di estradizione

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