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Trauma del parto cesareo: Belly Birth

Il trauma del parto cesareo impedisce alla mamma di vivere con pienezza la soddisfazione della nascita, ingenera paura, ansia e senso di inappropriatezza. Ecco che fare:

Federica Federico

di Federica Federico

14 Marzo 2018

L’infamia del taglio cesareo; quel marchio da cui le donne si sento segnate per non aver espulso il figlio “naturalmente” ovvero senza interventi medico-chirurgici; lo stigma del TC inteso come intervento di “separazione del figlio dalla mamma” in cui colei che genera è parte passiva della nascita, sono queste tutte accezioni negative di un evento (l’evento nascita) che si dovrebbe sempre e solo coniugare in positivo. Ciascuna di queste presunzioni, convinzioni e\o considerazioni concorre ad ingenerare nelle donne cesarizzate quello che viene definito genericamente come il “trauma del parto cesareo”.

 

Subiscono il trauma del parto cesareo tutte quelle mamme che psicologicamente non accettano di non aver vissuto un parto spontaneo.

trauma del parto cesareo

Il trauma del parto cesareo può intervenire per più ragioni, lascia sempre sconforto, senso di inappropriatezza, mortificazione, paura e, nei casi peggiori, persino vergogna.

 

In una massima approssimazione, il trauma da parto operatorio è sintetizzabile in due fattispecie, una fisiologica e l’altra sociale, entrambe con implicazioni emozionali e personali:

  • la donna può non essere preparata al cesareo e quindi può subirlo come una violazione del suo corpo e delle sue aspettative, questo accade spesso quando la nascita con cesareo si rende necessaria in condizioni di urgenza;
  • la donna può risentire di quella subcultura (spesso popolare e ignorante) che interpreta il cesareo come un non parto, semplicemente perché il bambino non nasce sotto la spinta della mamma né esce dal canale del parto.

 

In definitiva, il trauma del parto cesareo è ingenerato dalla falsa e mistificata idea che le donne cesarizzate non abbiano partorito o abbiano partorito meno delle altre.

 

Una vasta schiera di ostetriche e ginecologi si sta schierando dalla parte delle promotrici della cultura del Belly Birth.

 

Il Belly Birth è una cultura di positiva considerazione del parto operatorio, non più definito “C-section” ovvero “Taglio Cesareo” ma rinominato “Nascita dal Ventre”.

Cambia il canale di espulsione del bambino ma non l’evento nascita. In tal senso, se l’importanza della forma linguistica può avere un peso, definire il taglio cesareo “nascita dal ventre” concorre a spogliare questo parto del suo portato medico:

non c’è più il riferimento all’atto chirurgico del tagliare e alla storia medica del parto. Prende il sopravvento il richiamo al nascere ovvero prevale il positivo evento della venuta al mondo del bambino.

 

L’ostetrica Amanda Bude è tra le fautrici della cultura del Belly Birth anche come limite al trauma del parto e cesareo e sostegno alla serenità delle neomamme:

Ovviamente il linguaggio positivo ha un impatto enorme sulla riduzione o l’eliminazione della paura e dell’ansia nei confronti di qualsiasi nascita, il che di per sé consente a qualunque mamma di vivere serenamente la condizione della nascita“, afferma la specialista.

 

Molte madri si sentono derubate di qualche cosa dal parto operatorio. Questa sensazione va compresa anche tenendo conto delle dinamiche fisiche che il taglio cesareo implica.

 

Il trauma del parto cesareo non è una faccenda da mamme insoddisfatte, depresse o insicure:

esso è una condizione in cui la donna si trova se interpreta negativamente degli input esterni. La società tutta deve arginare questa falsa interpretazione.

 

Come ogni operazione, il cesareo implica un’anestesia e un procedimento operatorio per il quale il medico interviene sul corpo del paziente che, da parte sua, subisce l’ansia dell’impossibilità di gestire la motilità e le sue reazioni: La mamma non è però inoperante, ella va considerata sempre e comunque la protagonista del SUO parto.

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