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Storia di violenza: minaccia di uccidere il figlio nel grembo della mamma

Una storia di violenza e stalking può essere monito alla denuncia, esempio, ragione di coraggio e indicazione di forza per questo è bene raccontare delle donne vittime

Federica Federico

di Federica Federico

16 Maggio 2018

I fatti si sono svolti a Cosenza, in Calabria, e sono il racconto agghiacciante di una storia di violenza, paura e stalking. Ne dà notizia una fonte locale attribuendo alla vittima un nome di fantasia, Ester. Oscurare l’identità della vittima proteggendone anche il nome nulla toglie alla tragicità della vicenda.

 

Perché raccontare una storia di violenza è sempre necessario?

 

VitadaMamma ha spesso esordito, presentando vicende tristi come questa, col dire che ci sono racconti che non vorremmo mai leggere. Tuttavia continuiamo a parlare di mamme vittime, lo facciamo con la convinzione che la forza di ciascuna denuncia possa servire ad altre madri, ad altre donne, ad altri figli.

 

In particolare questa di Ester è una storia di violenza dallo straordinario significato: è una vera testimonianza di resistenza materna.

storia di violenza e stalking

Ester conobbe il suo compagno e se ne innamorò senza sospettare che lui l’avrebbe trascinata all’inferno. Quando capì che quell’uomo soffriva di una seria dipendenza dalla droga commise un errore comune alle donne innamorate, ovvero decise di aiutarlo.

 

In aula Ester (nome di fantasia) racconta la sua storia di violenza, lo fa per difendere suo figlio e se stessa. 

 

QuiCosenza.it  riporta nel dettaglio l’intera testimonianza resa a processo dalla donna. Noi ne facciamo una sintesi:

 

Ester ha appoggiato il suo compagno credendo di poterlo portare fuori dal tunnel della droga. Dinnanzi al diniego di lui di fare capo a centri specializzati, ha tentato di seguirne la disintossicazione a casa, per la precisione nella casa dove convivevano.

 

Per lunghi mesi si sono avvicendati momenti di speranza a episodi di violenza. Persino la mamma di lui lo ha allontanato, esausta e distrutta da un amore che la stava consumando mentre il figlio non mostrava segni di miglioramento.

 

Ester portava dentro di sè il dolore di un duplice verdetto: due centri per la fertilità le avevano certificato una completa sterilità

 

In uno dei momenti più difficili della sua vita di coppia scopre di aspettare un bambino: è un miracolo, un raggio di sole che, malgrado la sua storia di violenza, le restituisce speranza e coraggio.

 

Di fatto nemmeno la paternità alleggerisce la tensione del neo papà che continua a vessare Ester. Un giorno lei teme per la vita di suo figlio e si risolve ad allontanare l’uomo da casa.

 

Numerose sono le volte in cui questa coppia si separa per poi ritrovassi, è prevalentemente lui a forzare ogni ricongiunzione lo fa facendo leva sull’affetto oppure minacciando. E , a mano amano, le minacce sono sempre di più.

 

La peggiore, quella che segna il cuore della donna, riguarda il figlio, l’uomo minaccia di rimandare: “il miracolo al mittente”. Durante la gravidanza Ester deve sopportare insidie psicologiche gravi, il compagno promette di uccidere il bambino una volta nato, anche a costo di finire in carcere per sempre.

 

Ester, che non ha mai voluto cedere all’ipotesi dell’aborto (anch’essa paventata dal padre del piccolo come alternativa alla riconciliazione: o abortisci o torniamo insieme) partorisce a Milano, città in cui si è rifugiata raggiungendo la sorella per avere un pre e post parto lontani dalla paure.

 

La donna è stata persino seguita da una psicologa specializzata in trauma da stalking.

 

Poi da Milano è tornata a Cosenza forte di un’ordinanza che dovrebbe tenere il suo ex alla debita distanza da lei. Tuttavia la donna denuncia il fatto che “casualmente” continua a incontrare l’uomo; denuncia che questa storia di violenza e terrore l’ha costretta a cambiare la sua vita, basti pensare che ha dato in gestione l’attività commerciale che le dava da vivere.

 

Lo stalking è un reato dalle mille facce che chiude le vittime in prigioni silenziose, va denunciato perché il supporto delle autorità è il solo valido modo per difendere le donne costrette alla paura.

 

La società tutta dovrebbe essere chiamata alla difesa di queste vittime, dovrebbe essere attenta a reati così insidiosi e pronta alla protezione dei più deboli, anche dei figli.

 

Sovente le vittime si sentono colpevoli, sovente nascondono alla famiglia la propria condizione e lo fanno temendo che l’ira di un amore criminale ricada anche sui loro cari.

 

Il messaggio è: osservate, sorvegliate i sintomi, amate, curate e soprattutto, ove necessario, denunciate.

 


 

Fonte immagine Ingimage con licenza d’uso Image ID:ING_37571_00498

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