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Chi sono le vittime del cyberbullismo

Chi sono le vittime del cyberbullismo e perchè questo fenomeno che viaggia in rete sembra inesorabile con una scia di morte e violenza. Come fermare i bulli

Federica Federico

di Federica Federico

06 Giugno 2018

Le vittime del cyberbullismo sono uguali a tutti gli altri ragazzi, persino ai carnefici perché se si scava infondo hanno la stessa età, la stessa speranza di felicità e lo stesso bisogno di essere parte di un gruppo.

Quello che fa da spartiacque tra le vittime di bullismo e i bulli è l’educazione alla vita sociale, il rispetto dell’altro, l’adesione intima al concetto di accoglienza.

vittime del cyberbullismo

Le vittime del cyberbullismo e i bulli, qual è la differenza tra i due?

 

In una sola semplificazione, che è più concreta di quanto non possa apparire, è il cuore che salva un ragazzo dall’essere bullo. E sono il cuore e la sana educazione che possono salvare la società dal bullismo.

 

La vittima del cyberbullismo non è stupida, nemmeno è in qualche modo inferiore al bullo: la vittima del bullismo, anche di quello elettronico, è solamente quella sfortunata persona che mostra, per una qualunque circostanza (anche non volontaria), una o più delle sue debolezze esponendole dinanzi a chi se ne approfitterà.

 

Deboli lo siamo tutti, approfittatori lo sono alcuni.

 

 

Per parte sua cos’ha di sbagliato il bullo?

Il bullo è quell’individuo educato alla sopraffazione e convinto che per primeggiare sia necessario scavalcare gli altri.

Facilmente il bullo non è abituato al dialogo e al confronto; potrebbe essere stato educato secondo la legge del più forte, ovvero con punizioni fisiche e poche chiarificazioni dialoganti; difficilmente è empatico, sicuro di sè ed equilibrato.

 

Lo chiamavano nonnino o teppismo quando non c’era il bullismo, oggi lo chiamano anche cyberbullismo. Cos’è cambiato e cosa cambia per le vittime del cyberbullismo?

 

Gli atti di prevaricazione sono sempre avvenuti, la violenza (verbale oltre che fisica, come la violenza emotiva) hanno sempre pesato sulla socializzazione dei gruppi. La vessazione dell’altro è quella prova di forza che fa il prevaricatore che non trova (perché non è educato a trovare) un’altra affermazione del sé, personale, unica, squisita e leale.

 

Un tempo la violenza era collocabile in uno spazio e in un atto temporalmente e materialmente limitato:la derisione in classe, la scritta dietro la porta del bagno, il disegno offensivo.

Con l’avvento della rete e dei social il fattore “tempo” è cambiato, anzi è profondamente peggiorato.

 

Complici il mio fisico minutissimo, uno sviluppo arrivato assai tardi rispetto alle mie coetanee e, soprattutto, a causa del mio nome (che per i miei genitori era simpatico e originale mentre per me nell’adolescenza è stato una condanna), mi chiamo Federica Federico, una volta un compagno di classe mi ritrasse in una vignetta dubbia.

Lui bravissimo a disegnare, io un’adolescente senza curve e magrissima, mi disegnò come un’ambigua via di mezzo tra uomo e donna.

 

Probabilmente non lo fece con cattiveria, mi guardava con gli occhi del vignettista che da ogni compagno di classe voleva trarre un soggetto. Quando mi presentò il disegno pronunciò il mio nome seguito da un punto interrogativo.

 

Non ricordo la reazione della classe, però ricordo con precisione quel senso di distacco dal gruppo, l’isolamento, la percezione di una diversità non tua ma imposta dagli altri.

 

Io mi impossessai del disegno e lo feci sparire. Oggi prima di arrivare nelle mie mani quel disegno sarebbe finito su Facebook o su Instagram, e io, una ragazzina non ancora fiorita, sarei diventata vittima di bullismo (oltre che della scelta stravagante di un nome donatomi per vezzo e senza riflettere sul fatto che ogni figlio sarà un adolescente in mezzo agli adolescenti, ma questa è un’altra storia).

 

Ho raccontato la mia esperienza per significare l’importanza del fattore tempo rispetto alla nuova veste del cyberbullismo: un atto vessatorio compito col mezzo informatico rischia di cristallizzarsi nel per sempre.

Il per sempre di una foto Facebook, di un post Instagram, di un video Youtube.

 

E’ questa eternità, intesa anche come diffusione veloce e continua, che fa la differenza. Il cyberbullismo o bullismo informatico aggrava l’atto vessatorio proprio perché lo estende, ovvero dà alla vessazione un pubblico, una platea, un’eco.

 

Le vittime di cyberbullismo sono quelle più esposte al tentativo di suicidio, l’atto estremo sembra loro l’unica soluzione proprio perché la mortificazione subita dà l’impressione di essere infinita, diventa lunga quanto lunga è la catena di condivisioni.

 

Quel che è peggio è che la derisione collettiva, intesa come atto di approvazione del bullo, rischia di diventare un abuso corale che amplifica nelle vittime del cyberbullismo quella sensazione di eterna vessazione e di irrefrenabile oppressione.

 

Va fermato il bullo e va fermato il rafforzamento del comportamento del bullo attraverso il sostegno di un like e di una condivisione; vanno controllati i figli nella gestione dei mezzi elettronici e soprattutto vanno educati al corretto uso di essi.

Profili dei bambini su Facebook, a che età e quando?

Fare X Bene Onlus ha lanciato un video contro il cyberbullismo che in maniera molto immediata racconta l’esito e le modalità di quell’eterno dolore che è può amplificare l’atto di vessazione quando esso venga veicolato in rete.

 

Le vittime di cyberbullismo non sono spacciate, fate passare anche e soprattuto questo messaggio perché se la vittima non deve sentirsi sola, il gruppo intorno al cyberbullo non deve spalleggiarlo, perché il post che bullizza, che deride, che mortifica va fermato, denunciato e isolato. Il concorso di colpa nel cyberbullismo è tanto vile quanto il bullismo stesso.


Fonte immagini: Ingimage con licenza d’uso

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