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Lutto perinatale: le mamme che hanno perso un figlio non ancora nato

E' tempo che la società riconosca il lutto perinatale e la morte perinatale: anche se il bimbo nasce morto o viene abortito, lui è stata una vita e per i genitori, a tutti gli effetti, è un lutto.

Federica Federico

di Federica Federico

19 Luglio 2018

Nessun bambino muore senza lasciare traccia di sè, persino i bambini morti prima di avere vita lasciano un’impronta nel cuore della mamma e del papà. In questo senso non c’è aborto che manchi di avere conseguenze nella vita dei genitori. Si chiama lutto perinatale ed è la dolorosa e naturale conseguenza della morte perinatale ovvero della perdita di un figlio prima della sua venuta al mondo o nell’immediatezza della nascita.

 

La morte perinatale è, per definizione, quella che avviene tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto. Tuttavia, senza tenere conto degli studi canonizzati, il lutto perinatale si estende ben oltre questi limiti:

esso è il dolore per l’aborto spontaneo; la sofferenza profonda per l’interruzione terapeutica della gravidanza o la riduzione fetale (in caso di gravidanze multiple); è l’angoscia incontrollabile della morte endouterina di uno dei gemelli.

 

 

La psicologa Izabela Barton-Smoczyńska, autrice di un libro dedicato al lutto perinatale, studia i disordini da stress post-traumatico nelle mamme che perdono il loro bimbo prima della nascita o immediatamente dopo: più del 40% di queste madri sviluppa una profonda sofferenza interiore che si fa tanto più acuta quando la società è indifferente, negazionista e chiusa al dolore,

Lutto perinatale

Lutto perinatale e percezione sociale del dolore delle mamme e dei papà dei piccoli angeli.

 

Accade fin troppo spesso che il vuoto lasciato dal lutto perinatale si alimenti a causa dell’indifferenza della società:

“Ne avrai un altro”, “Infondo non lo conoscevi nemmeno, non sai neanche che faccia avesse”, “Sono cose che capitano, il tempo guarisce”, sono questo genere di sentenze che condannano una donna al dolore dell’incomprensione e della solitudine.

 

 

Allo stesso modo, non giovano alle mamme in lutto i negazionisti, ovvero la fitta schiera di tutti coloro i quali fingono che nulla sia successo.

 

Chi subisce un lutto perinatale ha il diritto di parlarne, se è il caso di denunciare un eventuale disservizio medico-sanitario, o comunque di ammettere ed esternare il suo dolore, il proprio sconcerto e lo choc per la perdita subita. Insomma le mamme e i papà che hanno concepito ma non dato la vita ad un bimbo hanno il diritto di soffrire, piangere e vivere il proprio lutto. E’ tempo che la società ammetta tutto questo.

Lutto perinatale progetto fotografico

Emptyphotoproject è un progetto fotografico di sensibilizzazione al lutto perinatale:

 

le mamme o i papà che hanno subito questo lutto si fanno fotografare tenendo uno specchio all’altezza dell’addome, il vetro riflette il vuoto che la morte perinatale ha lasciato.  Ogni immagine è accompagnata da una storia e ogni racconto include un messaggio familiare. Si leggono frasi che riassumono il tutto, come:

“Sono tuo padre”;  “Sono la tua mamma”; “Mamma e papà ti amano”; “Ti voglio bene, tesoro”, eccetera.

 

 

Emptyphotoproject  nasce dalla dolorosa esperienza del lutto perinatale di Susana Butterworth:

mamma Susana era incinta di 36 settimane quando ha scoperto che il suo bambino era affetto da una malattia rara, lo ha partorito morto dopo che il bimbo è deceduto in utero.

 


Lutto perinatale progetto fotografico

Walter Thomas Butterworth, il figlio di Susana e Walter, è nato alle 11:52 dell’8 marzo 2017. E’ stata una gravidanza, è stato un parto, è stato un bambino, è stata una perdita, una morte e un lutto.

 

 

Era più perfetto di quanto avessi immaginato“, ha detto il papà, aggiungendo: “Aveva un sacco di capelli e questo naso a bottone carino che amavo osservare negli ultrasuoni. L’11 marzo 2017, è stato sepolto accanto alla sua bisnonna Sue.

 

Il dolore di Susana e di suo marito Dallin si è tramutato in questo progetto che riesce fattivamente ad aiutare le madri e i padri in lutto perinatale, aiuta dando loro voce, aiuta affermando la realtà di una perdita che in troppi negano, aiuta realizzando un immaginario vivo e concreto del dolore.

“June 30th is a day that I will never forget, the day that I lost a part of me. I never imagined or thought that becoming a mother would have been the hardest time I would ever face. I just remember thinking the day I was being prepared to go into surgery that I hoped God would let them both live and be healthy. I got the facts and let reality sink in that they could possibly not be okay. When I got back from surgery and was told they were critical but stable, all I wanted to do was rush to them. I didn’t get to spend time with them their first full day of birth. Maddox was the more stable twin at the time and didn’t seem to be having any trouble. So that night I was confident and sure that I would see him later. It was the first night that I went to bed early, at around midnight I got woken up by my nurse. At first, I was confused and the look on her face made me panic. She whispered, “Brenda one of your babies needs you right now can you get up and come with us.” I got transported by a wheelchair to the NICU, and I’m being surrounded by all of these nurses, it was all a blur. Then they sat with me and explained that Maddox was having problems and they couldn’t stabilize him. I just remember staring at the ground and just not knowing what to say or do I was just numb. Then they asked if I wanted to hold him, he was still alive. At first, I was too shocked and just speechless I didn’t give an answer, but when I saw him in there and the numbers on the machines were dropping, I just asked to hold him. I held him and thought that I was in a dream and that it wasn’t really happening to me. At 2:15 am Maddox Gray Ursua took his last breath, I know he felt my love until the last second. I felt angry with God, why did this have to happen to me, why my son, why my family? I couldn’t come to terms with it for a long time. I would see others with their kids and would just get so mad. Having people come up to me or even text me things about how sorry they were would make me mad because no one understood my pain or anger. The worst was the comments I would be told, everything happens for a reason this wasn’t meant to be for you.” (…continued in the comments)

Un post condiviso da Sue Butterworth (@emptyphotoproject) in data:


Fonte immagine di copertina 123rf.com con licenza d’uso

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