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Lettera di una mamma di un piccolo angelo

“Ogni parola vale. Ditela”, così si conclude la lettera della mamma di un piccolo angelo, una donna che ha deciso di raccontare il dolore di chi ha perso un figlio

Maria Corbisiero

di Maria Corbisiero

21 Settembre 2018

Vi sono mamme e papà che ogni giorno, nel più “assordante” dei silenzi, e nella più totale indifferenza altrui, si trascinano costringendo se stessi a compiere anche il più naturale dei gesti, cercando di non soccombere al dolore. Genitori la cui vita si è fermata nel momento in cui il loro figlio ha chiuso gli occhi per sempre.

Per tutti loro, Barbara, mamma di un piccolo angelo, ha deciso di raccontare quella ferita che da un anno logora la sua anima, e spiega quanto possa essere importante una parola detta col cuore.

 

Lettera di una mamma di un piccolo angelo.

Lettera di una mamma di un piccolo angelo

Il lungo messaggio/racconto di Barbara Riccardi è stato pubblicato sul blog “Invece Concita”, una rubrica presente anche online, curata dalla storica giornalista del quotidiano Repubblica Concita De Gregorio.

Barbara  ha perso il suo bambino, il piccolo Tommaso di soli 9 anni, lo scorso anno, 365 giorni vissuti senza poter rivedere i suoi “occhi profondi e buoni”, senza poter sentire la sua voce, senza poter godere dei suoi abbracci, delle sue carezze e delle sue risate.

“La sua morte compie un anno. La mia vita invece non invecchia più, si è fermata e basta […] Ho un buco in pancia e me lo porto ovunque. Funziono, lavoro, vivo e sorrido persino, pur di concedere a mia figlia una normalità che non appartiene più ai suoi genitori”.

 

Tommaso Cerase è morto il 17 settembre del 2017, una tragedia che all’epoca scosse gli abitanti di New York.

 

 

Residenti nell’Upper West Side, un quartiere dell’isola newyorkese di Manhattan, quella domenica mattina Barbara ed i suoi figli, Tommaso e la piccola di 3 anni, si erano recati alla Park West High School ad Hell’s Kitchen, altro quartiere di Manhattan. Qui il bambino avrebbe dovuto disputare una partita di calcio con un gruppo di giovani della chiesa.

Verso le ore 10 del mattino, uno dei pali della porta di calcio è caduto addosso a Tommaso colpendolo alla testa. Un colpo per lui fatale.

“Trecentosessantacinque giorni fa l’ho portato a giocare a calcio per uno dei suoi adorati allenamenti: c’era un sole splendido e il cielo trasparente. Abbiamo camminato mano nella mano, ci siamo abbracciati, abbiamo riso programmando il pomeriggio. Un’ora dopo era a terra, colpito da una porta di calcio maledetta, non fissata al terreno. Gli occhi aperti profondi e buoni. Ma vuoti. Il sangue era l’unica cosa che si muoveva del mio bambino, scorreva fuori di lui nonostante io cercassi di fermarlo con le dita. Non sono bastate. Non sono bastata. Io, sua madre, non sono bastata a salvarlo”.

Tommaso è stato poi trasportato d’urgenza al pronto soccorso del Mount Sinai West Hospital dove i medici non hanno potuto far altro che dichiararne il decesso.

Sull’incidente fu aperta un’indagine per capire come fosse crollato il palo, nonché determinare l’esatta causa della morte del bambino.

Lettera di una mamma di un piccolo angelo

Lettera di una mamma di un piccolo angelo: Tommaso Cerase

 

Mamma di un piccolo angelo: il messaggio di Barbara.

 

Con poche e concise frasi, Barbara esprime nella sua lettera tutto il suo dolore di mamma di un piccolo angelo, lasciando intendere quanto sia effimera la felicità e quanto breve e crudele possa esser la vita che troppo spesso diamo per scontata e sicura.

“Non si muore con il sole che splende. Non si muore giocando a calcio. Non si muore a nove anni. Non si chiama il proprio marito a casa di domenica mattina per comunicargli che suo figlio ha avuto un incidente. Non si grida come un animale ferito di fronte ad una bambina di nemmeno tre anni. Non si assiste impotenti al calore che lentamente scema dal corpo di tuo figlio piccolo ed indifeso. Non lo si mette in una bara con i suoi giochi preferiti. Non si asciugano le lacrime dei suoi piccoli amici. Non si telefona ai nonni per informarli che il loro nipotino ha finito di vivere”.

Nonostante ciò, Barbara si dichiara fortunata, pur odiando usare questa parola, perché supportata dalla propria famiglia e dagli amici che non li hanno mai lasciati soli. Al contrario li hanno nutriti e sorretti fino a quando lei e suo marito non fossero in grado di camminare da soli, seppur a fatica e nonostante quel doloroso fardello che ancora oggi continua a gravare sui loro cuori.

 

Ed infine si rivolge a tutti quelli che ha incontrato, o che incontrerà, lungo il suo cammino, coloro che timorosi scappano di fronte ad una mamma di un piccolo angelo:

“Voglio ringraziare ogni parola che ci è stata regalata e dare un messaggio a tutti coloro che non sanno cosa dire a noi e a chi come noi soffre: non è vero che non ci sono parole perché ogni parola ha un peso e porta con sé un briciolo di luce, se detta con la giusta intenzione. Ogni parola vale. Ditela”.

 

Fonte: RepubblicaCBS

 


 

Fonte immagine di copertina 123rf.com con licenza d’uso

 

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