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Lutto perinatale: Michela Ponzani racconta la sua tragedia

Michela Ponzani è una giornalista Rai, ha perso suo figlio Valerio a 7mesi di gravidanza. Attraverso Facebook racconta il suo dolore da mamma di un figlio mai nato.

Federica Federico

di Federica Federico

02 Novembre 2018

La vita è fatta di esperienze, molto raramente l’empatia (cioè la capacità di compenetrarsi nei sentimenti dell’altro) riesce a compensare l’esperienza di vita vissuta. Questo vale soprattutto dinnanzi al dolore altrui, in modo particolare vale per i dolori molto intimi, quelli poco esplicitati e fortemente vissuti nel profondo dell’animo.

 

Il lutto perinatale è una delle sofferenze più profonde e devastanti che una donna possa vivere, difficilmente questo dolore può essere immaginato da chi non lo ha affrontato, spesso resta un dolore socialmente negato.

 

E’ difficile che la donna in lutto per il figlio mai nato (morto in utero, nato morto oppure morto a poche ore o giorni dal parto) trovi accoglienza nella famiglia piuttosto che nei piccoli nuclei sociali comuni (per esempio sul lavoro).

 

Non lo conoscevi nemmeno“, “non è mai nato“, “non ha fatto neanche a tempo a formarsi“, “ne avrai un altro“, “prenditi il tuo tempo, passerà“, frasi come queste sono disprezzabili per la mamma in lutto, sono dolore che aggrava il dolore spingendo il cuore più a fondo nella solitudine.

 

Del lutto perinatale si deve parlare, anzi quel dolore incomprensibile ai più deve essere urlato e le lacrime delle mamme devono bagnare l’animo di tutti. E’ questo il solo modo per dare un riconoscimento alla morte dei figli mai nati.

 

La società civile pecca molto in civiltà tutte le volte in cui le regole condivise divengono protocolli inalienabili studiati asetticamente per consentire l’ordine, ma al caro prezzo di perdere di vista l’umanità.

 

La giornalista Michela Ponzani ha raccontato attraverso Facebook il suo dolore:  Lei, mamma abbandonata dalla buona sorte, a 27 settimane di gravidanza ha affrontato un devastante lutto.

 

lutto perinatale

E questo è stato uno degli ultimi giorni felici della mia vita. (Cit. Michela Ponzani – foto Facebook)

 

Chi ha generato un figlio è mamma e tale resta, indipendentemente dal destino in cui il figlio possa essere incorso. E pertanto sono mamme anche tutte le donne che hanno dato alla luce un angelo vivendo un lutto perinatale.

 

Michela è mamma di Valerio, nella foto che postata su Facebook è incinta, era fine maggio. Da quello scatto, che definisce come un momento di felicità,  mamma Michela fa partire un racconto lungo e carico di riflessioni pungenti:

 

Io e Andrea ridiamo felici, insieme a due nostri cari amici che si sono appena scambiati la promessa di matrimonio e che ci sono stati accanto sempre. Aspettiamo nostro figlio Valerio. E questo è stato uno degli ultimi giorni felici della mia vita. Valerio è arrivato quando ormai non ci speravamo più. La sorpresa più bella, quella mattina di Natale, come la vita che con la sua energia dirompente arriva a scardinare tutte le cose.

 

La giornalista racconta di una gravidanza non facile, per i primi quattro mesi, mamma Michela è stata a riposo, era prigioniera del letto, del divano, della sua casa, usciva solo pre le visite mediche ma era felice.

 

Ho vissuto sulla mia stessa pelle l’esperienza del rischio in gravidanza,avevo 29 anni ed ero al mio primo e desideratissimo figlio. Ricordo le ore interminabili a letto, le fitte, l’odore dei giornali che mio marito mi portava, il silenzio della casa, ma con più serenità ricordo la gioia sopra ogni cosa, la soddisfazione del tempo che passava senza brutte sorprese, e questo bastava a chiudere quel tutto di cui abbisognavo. Chiedevo alla vita solo che il tempo andasse lasciando indenne quello che custodivo con più attenzione e coraggio: mio figlio.

 

Ebbene, io che ci sono passata lo so, anche rispetto al rischio in gravidanza l’empatia non compensa l’esperienza, è un vissuto che gli altri sminuiscono e il resto del mondo fatica a capire. 

 

Mamma Michela scrive: “La gravidanza non è stata facile fin dall’inizio. I primi 4 mesi sono stata confinata in casa fra letto e divano: farmaci pesanti tutti i giorni, riposo assoluto, dolori, divieto di fare qualsiasi tipo di attività, di stancarmi fisicamente e psicologicamente. Ho dovuto sospendere il lavoro e qualsiasi altro tipo di attività; avevo male persino a camminare. Ma è stato un sacrificio che rifarei ancora e di cui non mi pentirò mai. Siamo andati avanti ogni giorno, io e Valerio; e ogni volta vederlo nelle ecografie e sentire che era sano e forte mi riempiva la vita di gioia. Uscivo di casa solo per andare all’ospedale ed ero la donna più felice del mondo. E devo dire che, tranne le persone che mi amano e mi sono davvero amiche, molte altre (che in altri periodi mi telefonavano 10 volte al giorno per avere da me qualcosa, fosse un’ospitata in TV, una prefazione su un libro o la mia presenza a un convegno) sono letteralmente sparite. Ho passato tutta la gravidanza sola senza ricevere nemmeno una telefonata o un messaggio. E qualcuno ha anche provato a rubarmi il lavoro.

 

Ne ho invece ricevuti molti e non piacevoli, di messaggi, quando la mia gravidanza è finita in tragedia.

 

Tragedia, tale è il lutto perinatale. Accade alle mamme, ma tutti devono comprenderlo:

 

la morte di un figlio che avrebbe dovuto nascere spezza il legame intimo, umano e naturale col futuro e getta la donna in un buco nero di dolore.

 

Si perché arrivata al 7 mese di gravidanza, così, all’improvviso, ho avuto un gravissimo distacco di placenta causato da una grande massa emorragica – continua mamma Michela -.  Avevo la gestosi e nessuno, nel 2018, se ne era accorto. Mio figlio Valerio è morto in pochi minuti.

 

Ho partorito con un cesareo d’urgenza di notte, la notte fra il 3 e il 4 giugno. E ho perso talmente tanto sangue da rischiare di morire anch’io.

A riportarmi indietro credo sia stato l’amore di Andrea, perché io avrei volentieri scambiato la mia vita per quella di nostro figlio. Come ogni madre farebbe.

 

Da quella notte la nostra vita è distrutta. Il giorno dopo l’intervento, con i dolori al petto da non poter respirare, sotto trasfusione, e con mio figlio all’obitorio in attesa di autopsia, ricevevo l’email di un’associazione di storici che mi invitava a dare le dimissioni perché avevo fatto troppe assenze alle riunioni del direttivo. D’altra parte ero «sparita» dalla Tv e quindi inutile continuare a tenermi dentro. Un’altra lettera (messa pure in bella copia in Pdf), l’ho ricevuta invece da un autore che lavorava con me e che ritenevo amico, che mi accusava di aver rovinato la sua carriera con la mia scelta sconsiderata e «poco rispettosa dei patti» di rimanere incinta.

Non mi stupisco di quanto miserabili possano essere le persone dal momento che non ho mai avuto molta fiducia nel genere umano. Ma ora so, per averlo visto in faccia, quanto schifo esiste nel mondo.

 

Il lutto perinatale è un lutto, il feto è un figlio, il dolore merita cordoglio, pietà, conforto e degna sepoltura. Anche di questo si dovrebbe parlare affinché a tali sentimenti possano corrispondere altrettanti sacrosanti diritti.

 

Qui il racconto di mamma Michela si fa più doloroso, ma è tra queste parole che deve trovare spazio la civiltà: “Due giorni dopo l’intervento si è presentata in camera un’ostetrica che mi diceva di dover «esporre la prassi». Potevo scegliere l’AMA, che si sarebbe occupata di mio figlio, portandolo in una fossa comune o incenerito, come se fosse un sacco di immondizia. Oppure fare i funerali io, a mie spese.

 

Abbiamo aspettato 22 giorni per l’autopsia perché non si trovava un neonatologo in tutta Roma. Poi una serie di telefonate (ovviamente a me) per stabilire dove potesse essere sepolto, dal momento che la legge considera «bambini» solo i nati dalla 27 settimana +6. E Valerio, che era di 27 settimane + 4, è stato registrato come «feto».

Non abbiamo potuto registrarlo all’anagrafe col cognome di suo padre e sulla sua tomba c’è il mio nome (non essendo sposati, per la legge io sono una «madre nubile»).

 

Contrariamente a tutta questa merda, a mio figlio ho scelto di fare un funerale degno. L’ho portato in Chiesa, gli ho fatto dire una messa e fatto dare il battesimo.

Non volevano che lo vedessi ma io sono sua madre e glielo dovevo. La mattina del funerale ho scelto i suoi vestiti e poi sono andata alla Camera ardente.

Gli ho tenuto le mani a lungo, l’ho baciato e stretto a me. Gli ho detto che la sua mamma sarà sempre con lui e che un giorno ci rincontreremo.

Era bello il mio Valerio. Un bambino bello, con un naso che sembrava dipinto e il corpo forte, come quello di suo padre.

 

Ecco, questa in sintesi la storia di questo mio ultimo anno e del perché sono «sparita», come molti mi chiedono, con l’aria di chi vuole sapere l’ultimo pettegolezzo.

 

Ora Valerio ha la sua tomba dove noi due genitori addolorati portiamo i fiori quando lo andiamo a trovare. Ed è strano ma per me quello è l’unico posto dove posso trovare pace.

 

Di certo il lutto per mio figlio mi ha cambiata e in qualche modo indurita. Non sono più gentile come prima e molto meno tollerante, soprattutto con chi ha dei figli e si lamenta per la poca libertà che gli è rimasta nel prendere gli aperitivi o andare a ballare. Non sapete quanto siete fortunati a vedere gli occhi dei vostri figli che si aprono ogni giorno.

 

Un messaggio, infine, per le tante anime belle che ci hanno sostenuto in questo periodo. La mia vita ora me la riprendo con gli interessi e mi ricorderò di tutto. Statene certi.

 

Forse tutto questo dolore lo metterò in un libro per raccontare come una donna possa vivere la maternità in questo triste paese.

Qualcuno sottolineerà che 7 Michela Ponzani è una giornalista, per di più una giornalista Rai. Io dico che è una mamma che lotta con un dolore socialmente negato, dico che è una delle tante donne a cui è stato fatto un torto quando il suo bimbo è stato chiamato feto, quando è stato messo in una tomba spogliata del suo nome, quando le è stato chiesto di contare settimane e giorni per poter parlare di bambino e diritti di sepoltura. Su tutto questo c’è da riflettere e per tutto questo c’è da combattere.

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