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Mio figlio non mi racconta niente: perché e che fare

Mio figlio non mi racconta niente, perché e che fare? Non conta il quanto del racconto né la sua superficie, nel dialogo con il genitore conta la profondità del racconto e la qualità di esso.

Federica Federico

di Federica Federico

15 Dicembre 2018

“Mio figlio non mi racconta niente”, ci sono mamme, soprattutto mamme di pre-adolescenti e adolescenti, che vorrebbero essere mosche per seguire la vita dei figli ovunque, in modo speciale a scuola dove i nostri ragazzi sono chiamati a mettere alla prova più relazioni sciali e competenze contemporaneamente – e non è cosa facile.

mio figlio non mi racconta niente

Mio figlio non mi racconta niente, perché?

 

Il racconto di un figlio, come anche il racconto che un adulto fa di un qualunque avvenimento, è sempre una narrazione soggettiva, ovvero è infarcita di punti di vista personali, emozioni, considerazioni e reazioni emotive.

 

Mentre noi adulti siamo capaci di oggettivizzare gli eventi spogliandoli il più possibile dalle influenze esterne e dall’impatto emotivo e emozionale (faccenda non sempre automatica e indolore), i ragazzini, meno ancora i bambini, portano nei racconti tutto il loro cuore, tutte le loro emozioni, tutto il loro essere.

 

Fuori da sospetti di criticità (per esempio sospette relazioni negative con i compagni di classe o con i professori), quando i figli non vogliono raccontare qualcosa non vanno forzati:

 

  • è possibile che vivano l’evento che gli chiediamo di raccontare (per esempio la giornata di scuola) come pacifico e ordinario e non sentano il bisogno di descriverlo;
  • è possibile che abbiano un motivo di riserbo (per esempio potrebbero star provando simpatia per un compagno o per una compagna oppure stanno strutturando le loro amicizie e sono in fase di metabolizzazione dei rapporti);
  • è possibile che stiano sperimentando la loro autonomia ed emancipazione (“Mio figlio non mi racconta niente e se gli faccio domande risponde: – Mamma sono fatti miei”, questo è un atteggiamento tipico dei preadolescenti già in prima o seconda media, ovvero quando incominciano a determinare i loro spazi e i loro erché).

 

Mio figlio non mi racconta niente, ma non mi dà problemi. Dialoghiamo, parliamo di accadimenti, sensazioni e anche di cose futili ma non mi fa mai il resoconto delle sue giornate. E’ grave?

 

Ci sono ragazzi che nella fase di sviluppo della loro autonomia sociale ed emotiva affermano con decisione il distacco dal genitore.

 

A mio figlio ho insegnato che non è necessario che mi racconti tutto, ma se ha bisogno di me sa che può dirmi qualsiasi cosa, non sarà giudicato quanto, piuttosto, aiutato e consigliato.

 

Il racconto in sè non è importante, anzi è persino inutile se è una deduzione personale del ragazzo , soggettiva, non critica e talvolta persino fatta “come mamma vorrebbe“, ovvero riportando al genitore una narrazione della realtà non propriamente oggettiva e veritiera.

 

Ragioniamo attraverso un esempio pratico:

 

se in classe due ragazzi litigano tra loro, ciò che riportano\raccontano alle mamme è meno rilevante di quanto la versione dei litiganti corrisponda alla realtà dei fatti e di quanto sia critica rispetto alle motivazioni del litigio e alle sue conseguenze.

 

Perciò non è importante che il ragazzo racconti a casa i dettagli del litigio in sé, sarebbe più proficuo, nel tempo precedente al litigio stesso, un dialogo familiare sulle dinamiche scolastiche, sui compagni provocatori, sugli atteggiamenti che generano rabbia, sulla gestione delle reazioni emotive. Del resto un genitore, soprattuto quando la vita del figlio entra nella fase dell’adolescenza e della pre-adolescenza,  dovrebbe smettere di essere un genitore interventista per divenire, piuttosto, un grillo parlante.

 

Mentre il genitore interventista è colui che interviene nella vita del figlio per prevenire o riparare agli errori, da una certa età in poi il genitore dovrebbe insegnare al figlio a effettuare delle prognosi sui suoi comportamenti, sulle relazioni sociali, sulle conseguenze delle azioni e così a vivere ed agire evitando dolori, conflitti e rotture … e persino guai.

 

Ovvio è che anche il migliore dei figli ci nasconderà qualcosa, fosse pure l’amore segreto in classe;

 

ovvio è che anche il migliore dei figli sbaglierà qualche prognosi e potrà avere problemi con un compagno di banco o con un professore;

 

ovvio è che anche il migliore dei figli potrebbe sceglier il silenzio perchè ha paura o prova rimorso o vergogna,  lì competerà al genitore intervenire in modo da fare breccia e raggiungere la verità celata nel cuore di un figlio.

 

mio figlio non mi racconta niente

Mio figlio non mi racconta niente, keep calm and love.

 

Il racconto in sè è meno importante dei comportamenti fisici e delle reazioni emotive: non è i portante in assoluto che un ragazzo racconti (laddove ogni racconto sarà il risultato di un suo soggettivo punto di vista), è più rilevante che il ragazzo sia sereno, pacifico, sorridente, gaio e non turbato.

 

Quando mio figlio esce da scuola non gli chiedo più:  -Com’è andata, ma gli dico: –Niente da dichiarare?

 

Abbiamo stretto un patto tra adulti: una volta chiarite quelle che potevano essere per noi, da genitori, cause di preoccupazione, abbiamo convenuto che lui ci racconterà ciò che vorrà ma non trascurerà, eventualmente, quegli accadimenti che la mamma e il papà devono sapere per aiutarlo a prevenire eventuali problemi.

 

Ogni genitore dovrebbe palesare al figlio quali potrebbero essere considerati gli atteggiamenti problematici in ciascun contesto in cui il ragazzo viene lasciato da solo.

 

Sociologicamente ogni contesto vive di relazioni specifiche e particolari; pertanto un ragazzino che sta camminando verso l’autonomia deve essere guidato nell’interpretazione dei diversi contesti, tuttavia il suo spazio non va violato o invaso. Per esempio, mio figlio sa che se una professoressa gli muove una critica su come ha affrontato un esercizio, una lezione o un compito lo deve raccontare a casa (ciò significa non aspettare di avere un brutto voto, ma prevenirlo);

 

allo stesso modo mio figlio sa che se in classe qualcuno tiene atteggiamenti “fastidiosi, insistenti, continuati e sistematici” lui ne deve parlare a casa (prima di trovarsi già bulli o bullizzati, vittime o carnefici, è importante educare i figli a esprimere ragioni e motivi di fastidio). Tutto il resto ha minore valore e dipende dalla inclinazione soggettiva dei figli.

mio figlio non mi racconta niente

Mio figlio non mi racconta niente, che fare?  Non è importante che tuo figlio ti racconti tutto è importante che sappia che può raccontarti ciò rispetto a cui ha un vero e vivo bisogno di confronto o conforto.

 

Non conta il quanto del racconto né la sua superficie, nel dialogo con il genitore conta la profondità del racconto e la qualità di esso.

 

Un figlio che non è incalzato a raccontare sa di avere spazi di privatezza e sperimenta l’autonomia, allo spesso tempo, però, deve sapere che i genitori sono quel porto sicuro dove può condurre le sue emozioni e deve essere spronato a portarle con anticipo sulla crisi, di qualunque natura essa sia.

 

Anche in questo conta l’esempio che noi genitori diamo. Tutti noi dovremmo improntare i  nostri racconti e confronti sulle emozioni.

 

I nostri figli sono ciò che esprimono di sè nei rapporti sociali, pertanto:

 

  • osservateli fuori scuola;
  • senza sbirciare sui telefoni, provate a osservarli mentre gestiscono una conversazione WhatsApp;
  • aprite le vostre case agli amici e guardate come sperimentano le loro relazioni interpersonali;
  • educateli allo sport come forma di confronto.

 
C’è un patrimonio di cosiddetta conoscenza sociale comune che i figli devono accumulare vivendo la loro vita. Siate fari sul mare, pronti, cioè, a dare luce quando serve e a indicare la direzione ancor prima di essere costretti a cercare soluzioni!
 


Fonte immagini 123RF con licenza d’uso

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