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Gillian Brockell: dopo l’aborto, lettera aperta ai gestori dei dati

Gillian Brockell rivive il dolore della perdita di suo figlio ogni giorno, tutta colpa della rete: internet restituisce continuamente quel ricordo doloroso.

Federica Federico

di Federica Federico

08 Gennaio 2019

L’algoritmo di Facebook, quello di Google, come di ogni altro strumento di navigazione in rete può divenire violento, lesivo e persino compromettente; diventa tale ogni qual volta, raccogliendo informazioni di ricerca sui soggetti, restituisce agli utenti memorie di un passato doloroso, un “ieri” che potrebbero voler superare e dimenticare.  Come fa con ciascuno di noi, internet ha rinviato consigli e offerte di acquisto anche a Gillian Brockell, una giornalista che, dopo essere felicemente rimasta incinta, ha dovuto affrontare l’esperienza più dolorosa per qualsiasi donna: l’aborto.

Gillian Brockell aborto

Gillian Brockell, a causa di internet, è costretta ogni giorno a ricordare di avere atteso un bambino e di averlo perduto

 

La rete le suggerisce pannolini, abiti pre-maman e biberon, ma lei, che suo figlio lo ha generato morto partorendolo fortemente pretermine, non ha nessun bisogno di nulla ti tutto questo. Ora vorrebbe allontanarsi dalle idee legate alla maternità e più profondamente desidererebbe vivere nel suo cuore il dolore con cui dovrà resistere per sempre.

 

Gillian Brockell ha scritto una lettera aperta rivolgendosi proprio a chi gestisce i dati personali in rete, le sue parole da mamma arrivano diritte al cuore:

 

Ho perso il mio bambino, vi imploro di non ricordarmelo.

Lo so che voi sapevate che io ero incinta. E’ colpa mia. Semplicemente non ho saputo resistere a questi hashtag su Instagram: #30weekspregnant, #babybump. Che stupida!

E ho anche cliccato una o due volte su alcune pubblicità di abbigliamento da mamme che Facebook mi ha proposto.

Vi prego, aziende tecnologiche, vi imploro, se siete abbastanza intelligenti da rendervi conto che sono incinta siete sicuramente abbastanza intelligenti anche da rendervi conto che il mio bambino è morto. E come mi avete visto cercare vestiti e oggetti per il mio bambino “non mi avete visto anche googlare ‘contrazioni di Braxton Hicks’ e ‘bambino non si muove’?

 

Gillian Brockell affronta la dolorosa memoria della maternità anche quando impatta nelle pubblicità che internet le impone, questo dimostra quanto poco etico possa essere il mercato delle vendite e quanto spietata sia la filosofia dei consumi

 

Non avete notato i tre giorni di silenzio sui social media, non comune per un utente ad alta frequenza di pubblicazione come me? E poi l’annuncio con le parole chiave “cuore spezzato” e “problema” e “nato morto” e le 200 emoticon a lacrima dei miei amici? Non è qualcosa che potete tracciare? – Continua la donna proponendo una soluzione radicale – Per favore, aggiornate i vostri algoritmi.

 

L’esperienza di Gillian Brockell chiarisce, forse più di molte altre che internet può essere un alleato, un valido strumento ma non è il luogo in cui la vita reale ha il suo vero volto: quello umano. Ciò vale soprattutto rispetto all’esistenza sentimentale di ciascuno di noi. La gabbia mediatica è foriera di insidie, viziata anche dalla commercializzazione ed è persino il luogo in cui molto spesso l’essere umano dà il peggio di sè non controllando un grande panorama di sentimenti negativi ed egoistici che il rapporto personale impone, invece, di limitare.

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