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Traumi psicologici post parto e violenza ostetrica

La violenza ostetrica e la conseguenza dei traumi psicologici post parto, sono determinati da un'assistenza indelicata o inefficace durante il travaglio e il parto.

Federica Federico

di Federica Federico

17 Gennaio 2019

Il parto naturale è la fisiologica risposta del corpo al momento della nascita, ovvero a quel momento in cui lo sviluppo del bambino è compiuto e la venuta al mondo si realizza attraverso il dolore e la gioia della madre. Da qualche anno a questa parte si parla, sempre con più energia, della violenza ostetrica ovvero dei traumi psicologici post parto determinati da un’assistenza indelicata o inefficace durante il travaglio e il parto.

 

Natasha Pearlman, una giornalista inglese, il 2 settembre dello scorso anno ha esposto alla stampa internazionale il suo dolore nel ricordo di un parto violato dall’inefficacia di un’assistenza troppo orienta verso la nascita naturale. La sua è una “opposizione” all’accanimento verso il parto naturale a tutti i costi. 

Traumi psicologici post parto

Traumi psicologici post parto determinati da violenza ostetrica, oggi se ne parla liberamente e questo potrebbe salvare future nascite e molte donne.

 

Clare Wilson, una giornalista scientifica britannica, ha trattato l’argomento sulla rivista New Scientist nel 2015, il suo articolo è stato interpretato come una difesa del parto cesareo e della libera scelta della donna di sottoporsi a un TC per metter al mondo la sua creatura.

 

Anche il racconto di Natasha Pearlman potrebbe correre il rischio di apparire come una crociata per il cesareo, diciamo subito che così non è!

 

Per sgomberare il campo da possibili false interpretazioni, chiariamo che qui non si vuole esaltare il cesareo a discapito del parto naturale, piuttosto si vuole rappresentare che, laddove il corpo va in una direzione diversa dalla fisiologia della nascita dolce, laddove la sofferenza della dona supera la sopportabilità, laddove la mamma entra in un “buco nero” che non le consente più di trasformare il dolore in amore, il compito di chiunque possa intervenire è quello di “salvare la memoria del parto” nel rispetto delle esigenze della mamma che merita di rimanere in armonia col suo corpo.

 

Su iniziativa dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia), è stata portata a termine un’indagine Doxa “Le donne e il parto”. Sono state campionate circa 5 milioni di donne italiane d’età compresa tra i 18 e i 54 anni e con almeno un figlio tra gli 0 e i 14 anni, i risultati hanno condotto a sostenere che una mamma italiana su 10 ha un cattivo ricordo del suo parto e si sente vittima di violazioni e vessazioni.

 

Quel che è peggio è che il 6% di  questo campione avrebbe scelto di non affrontare una seconda gravidanza proprio in ragione della triste memoria del suo parto.

 

Fonte immagine: indagine Doxa

 

I traumi psicologici da parto possono richiedere l’intervento di specialisti, quindi cure mediche e hanno, in tal senso, un peso sostanziale sulla società traducibile in ragioni economiche oltre che sociali.

 

Natasha Pearlman sottolinea come spesso si muovano campagne aggressive contro le donne che optano per il cesareo “venivano etichettate come too posh to push, ovvero troppo raffinate per spingere“, scrive la giornalista. Eppure c’è un’altra faccia della medaglia: quella delle donne costrette a spingere oltre ogni forza, disumanamente lacerate e provate dal ricordo di una nascita vissuta come un buco nero di cui avere paura.

 

Traumi psicologici post parto, il racconto di Natasha Pearlman:

 

ll 28 marzo 2014 ho dato alla luce mia figlia Rose. Il 25 marzo, il giorno prima che cominciasse il mio travaglio, è stata l’ultima volta che mi sono sentita veramente me stessa. Non in senso superficiale. Ma in senso profondo, straziante, così doloroso che mi viene da piangere mentre ne scrivo.

 

Le mie 33 ore di travaglio sono trascorse in un’“oscurità”, non so definirla in altro modo.

 

Per molto tempo, dopo, ho rivissuto nella mia mente il parto, tentando di elaborarlo. Altre volte il suo ricordo risaliva alla coscienza spontaneamente, in dolorosi flashback. C’erano momenti in cui davo la colpa a me stessa.

 

Quando mi si ruppero le acque, mentre ero sola a casa, quel mercoledì sera, e le contrazioni cominciarono ad arrivare ogni minuto o due (il momento in cui dovevo andare in ospedale, secondo quanto mi aveva detto la mia insegnante del corso preparto), ci mettemmo in macchina.

Quando avevo chiesto alla mia insegnante che cosa dovevo fare se le acque si fossero rotte prima che il travaglio vero e proprio fosse cominciato, mi aveva risposto: – Questo succede solo nei film.

 

Insomma, fin dall’inizio mi sono sentita insicura, impreparata.

 

L’ostetrica che mi esaminò, in ospedale, mi disse di tornare a casa: non ero abbastanza dilatata (solo 2 cm contro i 4 richiesti) per essere ricoverata. Ma ero spaventata. Non avevo idea di come avrei fatto a capire quand’era il momento giusto per tornare, visto che avevo già contrazioni continue. Mi rifiutai di andare via. Loro si rifiutarono di darmi un letto. La mia punizione fu una stanzetta senza finestre, con solo una sedia. Per aggiungere al danno la beffa, l’intero reparto maternità era vuoto. All’inizio ricordo che mi sentivo bene. Era stata una mia decisione rimanere.

 

Ma quando, dopo 8 ore, alla fine scoprirono che Rose si era rigirata in posizione occipito-posteriore (cosa che, scoprii solo dopo aver partorito, blocca il travaglio), la consulenza che ricevetti continuò a essere inadeguata.

 

Considerando che c’è un intervallo di tempo limitato per partorire un bambino dopo che si sono rotte le acque (entro 24 ore, per limitare il rischio di infezioni), con il senno di poi mi sarei aspettata che mi dessero una stanza, mi proponessero un parto indotto, che mi dessero qualche consiglio su come far rigirare la bambina. Le ostetriche non fecero nulla.

 

Sembrava che avessero deciso, senza chiedere il mio parere, di spingermi fino al limite estremo per partorire la bambina naturalmente. Non mi venne data alcuna possibilità di cambiare idea. Anche quando la dilatazione raggiunse il livello richiesto per assegnarmi una stanza, non me la diedero. La stanzetta senza finestre rimase la mia casa.

 

Non mangiavo da non sapevo più quanto tempo. Ero completamente stordita dalla morfina che avevo dovuto supplicare di avere. E poi, in un momento imprecisato di giovedì sera, 19 ore dopo il mio arrivo all’ospedale, quando i medici insistevano che dovevo assumere degli antibiotici per prevenire il rischio che Rose contraesse un’infezione, mi fecero finalmente entrare alla sala travaglio per indurre il parto. Singhiozzavo letteralmente dalle felicità quando l’epidurale e il suo enorme ago si infilarono nella mia schiena. Erano circa le 5:15 di venerdì mattina quando mi chiesero di trovare l’energia per spingere una bambina fuori da me. Ci provai con tutte le mie forze, sentivo che nel mio corpo si stavano rompendo cose che non si sarebbero mai potute riparare. Ma Rose non usciva e mi spedirono in sala operatoria.

 

Ero così sollevata all’idea di avere la mia bambina che non mi preoccupavo più di quello che stava succedendo. Ma avrei dovuto. Perché se non fossi stata così male informata avrei potuto proteggermi meglio. Prevenire i danni a lungo termine di cui soffro ancora adesso. Avevo pagato un bel po’ di soldi per sapere tutto del parto, e ne ero uscita così disinformata che non ero in grado di chiedere quello che andava bene per me: niente forcipe. Antidolorifici rapidi e veloci. E un taglio cesareo. Lo shock più grande del mio parto difficoltoso è venuto dopo. Sembra stupido dirlo, ma alla fine del mio travaglio ero così stordita per il trauma e gli antidolorifici che non ero realmente preparata a quello che sarebbe successo al mio corpo in quelle prime ore e nei giorni e nelle settimane successivi.

 

Non riesco nemmeno a descrivere l’orrore di accorgermi che non riuscivo quasi a camminare, perché ogni centimetro del mio bacino era gonfio, sanguinante o ricucito. Il dolore di andare al bagno per la prima volta. Dovevo indossare i pannoloni per andare in giro, perché gli assorbenti post-parto non bastavano. Tremavo costantemente. La prima volta che sono andata in metropolitana, quando Rose aveva 6 mesi, ho avuto un attacco di panico. Inoltre, odiavo il mio corpo. Come si può trovare la fiducia per tornare ad amare il proprio corpo, e anche solo immaginare di sentirsi sexy, quando non funziona come prima?

 

Ricordo che mio marito mi fece delle avances per la prima volta dopo circa 6 settimane. Io indietreggiai per la paura. Il sesso, la cosa a cui nessuno mi aveva preparata per il dopo parto. Il dolore. Grazie al cielo, dopo qualche mese divenne più facile, e dopo 6 mesi le cose tornarono più o meno alla normalità. Ma per un po’ di tempo l’unica cosa che potevo fare era stringere i denti per arrivare in fondo.

 

Quando tornai al lavoro, dopo 6 mesi, fu un sollievo. Non ero tagliata per il congedo maternità, che probabilmente mi ricordava anche quella brutta esperienza. Ero focalizzata ciecamente sugli sforzi per ripristinare tutto quello che potevo della mia vecchia vita, e per molti aspetti questa è stata la mia salvezza. Riempivo le ore con il lavoro e con Rose. Non avevo il tempo per ripensare al parto. Quattro anni e mezzo sono passati da quel giorno. Sotto molti aspetti, la mia vita è più di quello che avrei mai potuto desiderare. Ho un lavoro bellissimo. Ho Rose. Ho un matrimonio di cui sono incredibilmente orgogliosa. Ma sotto a tutto questo c’è un trauma. Ancora non riesco a correre, a camminare a ritmo sostenuto, addirittura a starnutire senza avere un episodio di incontinenza. E sono assolutamente terrorizzata all’idea di rimanere di nuovo incinta, pur sapendo che mio marito vorrebbe tanto un altro bambino.

 

Non voglio fare un esercizio di autocommiserazione. La mia esperienzanon è certo la peggiore possibile. Non è neanche sicuramente la più traumatica. Ma è la verità. La verità su quello che può succedere al corpo di una donna durante il parto e le conseguenze psicologiche e fisiche dell’ossessione per il parto naturale (niente farmaci, niente epidurali, niente induzioni, niente cesarei) a ogni costo. E la ragione per cui ne parlo con tanta passione è che è una verità che è stata tenuta nascosta per tanto, troppo tempo.” (L’intervista integrale è pubblicata sul TheTimes)

Traumi psicologici post parto

Traumi psicologici post parto, parlarne non equivale a raccomandare una migrazione di massa al cesareo.

 

Non c’è donna che non desideri avere un parto naturale, tuttavia, in una società civilizzata e consapevole, ci si aspetta che avere un parto naturale non sia un dovere ispirato a tendenze mediche e filosofie sulla nascita, ma un diritto mai scisso dall’altrettanto importante diritto a rimanere padrone del proprio corpo e in armonia con esso. 

 

Le donne devono avere continuità e contiguità col proprio coro anche quando diventa macchina per la vita e nel momento in cui qualcosa, durante il travaglio o il parto, mette a rischio l’equilibrio della mamma e la sua relazione con la nascita (per quella che è in quel momento preciso e per quella che sarà nei suoi ricordi). Allora è logico e giusto che chi assiste la puerpera intervenga per evitare ogni pericolo di traumi psicologici post parto.

 

Prima di lasciarvi alle vostre considerazioni, ci tengo, da figlia prima che da madre, a fare, però, un’appello a tutte le mamme: per quanto sia vero che per combattere la violenza ostetrica sono necessarie testimonianze e casi pratici, è altrettanto vero che i figli nati nel dolore e nella paura di un “brutto parto” non hanno alcuna colpa e, soprattutto se si tratta di figlie femmine, queste creature andrebbero tenute lontane dal dolore, a loro non andrebbe trasmessa l’angoscia di un parto malamente vissuto. Mia mamma mi ha sempre raccontato il delirio, l’abbandono, la sofferenza, lo choc della mia nascita e tutto questo non i ha fatto bene come donna, per affrontare la gravidanza e il parto sono dovuta passare per la difficile rielaborazione dei suoi racconti vivendo con angoscia l’ombra di tutto quello di tremendo e asfissiante che lei aveva ripetuto per anni. Non fate questo ai vostri figli, soprattutto alle vostre figlie! Molto probabilmente i loro parti saranno diversi e queste future donne e mamme non meritano di farsi carico di un dolore che mai dovrebbe ricadergli addosso.

 


Fonte immagini 123RF con licenza d’uso

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