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Baby gang: le bande minorili in Italia

La mancata integrazione dei giovani stranieri porta alla nascita di bande metropolitane, spesso dedite alla microcriminalità.

Simona

di Mamma Simona

16 Maggio 2012

I nuovi poveri: ragazzini, teenager e bande

L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) è un’organizzazione internazionale che studia i fenomeni economici degli stati europei, programmata per favorire il coordinamento e il confronto tra le nazioni.

L’organizzazione lancia un allarme, l’Italia si annovera tra le nazioni con il più alto tasso di povertà tra i bambini, attorno al 15% vive in famiglie con redditi bassi o molto bassi rispetto alla media del paese:1 milione e 976mila minorenni vivono in famiglie povere mentre 653mila vivono in forte povertà. Le regioni col tasso più alto di bambini poco abbienti sono: la Sicilia, la Campania e la Basilicata.

Ad aggravare la situazione è l’aumento di maltrattamenti e casi di morte nelle famiglie con una situazione economica poco stabile; le tensioni e preoccupazioni per “sbarcare il lunario” vengono scaricate dentro le mura di casa, a farne le spese sono gli elementi più deboli: bambini e donne.

In parallelo si assiste ad un altro fenomeno: la crescita spontanea di bande giovanili.

Si tratta di ragazzini teenager, di età compresa tra gli 11 anni fino ai 16-17 (ogni tanto compare qualche maggiorenne) che sono privi dei benefit riservati ai coetanei provenienti da famiglie più facoltose: i corsi di sport dopo la scuola, il controllo dei genitori o di un adulto delegato, qualcuno che li segua nei compiti a casa o che semplicemente li ascolti, dando loro credito, cercando di capirli in questa fase delicatissima di crescita.

Sono ragazzini spesso abbandonati a se stessi.

Si tratta di ragazzini che dopo la scuola, passano molte ore a casa da soli, perché magari entrambi i genitori lavorano e non c’è nessun altro punto di riferimento o qualcuno che si possa occupare di loro. A 12 anni si cucinano il pranzo, cercano distrazioni nei videogiochi, magari on line, in modo da incontrare gli amici in rete; ai compiti dedicano poco tempo e poi escono di casa.

Si ritrovano al parchetto sotto casa, o davanti all’oratorio o al campo da basket… sempre per strada, perché l’accesso lì è gratuito.

Le bande si formano per lo più nelle periferie delle grandi città, centri multietnici che raccolgono provenienze da ogni dove del globo.

Spesso sono suddivise per etnie: sudamericani, filippini ecc….

La banda è simbolo di un’appartenenza, ricercato da questi ragazzini bisognosi della conferma di un’identità.

L’ etnia costituisce aggregazione, laddove l’integrazione con i coetanei italiani o di altra nazionalità non è sempre facile, esistono delle barriere culturali che a volte è difficile superare.

Inserirsi in una banda, significa anche sentirsi parte di un gruppo, con tutte le agevolazioni che ne consegue: protezione, fratellanza, condivisione, valori in comune, affermazione di se tramite il gruppo. Ciò che i ragazzini non riescono a trovare attraverso l’affermazione della propria individualità, lo trovano nel gruppo.

La banda è una famiglia, spesso assume un valore maggiore di quella d’origine.

Nella banda c’è una gerarchia, regole da rispettare, prove più o meno assurde da sostenere per esserne parte.

Le attività delle bande hanno spesso a che fare con l’illegalità e la microcriminalità: piccoli furti, atti di vandalismo, bullismo con i coetanei; costituiscono un’anticamera della delinquenza.

Il fenomeno delle bande è stato discusso in Parlamento dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza.

Mancano piani di argine e di tutela; i vuoti non vengono colmati, i giovani sono lasciati soli e per la necessità di lavoro dei genitori e perché mancano strutture di sostegno pubbliche. I ragazzi sono abbandonati a se stessi.

Occorrono politiche chiare tese a fornire aiuti concreti per ciò che sta diventando sempre più un’emergenza sociale.

Gli investimenti predisposti sono scarsi, insufficienti, inadeguati, un intervento è auspicabile e moralmente doveroso.

Primo step è favorire l’integrazione culturale che azzeri le differenze per superare la reticenza degli italiani da una parte e la forte conservazione delle proprie tradizioni per gli stranieri, trovando un punto di incontro per migliorare la convivenza.

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