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Fabrizio Corona, la mamma parla della depressione del figlio

Fabrizio Corona, la mamma parla della depressione del figlio e manifesta la sua angoscia. E' preoccupata e teme che il figlio possa ritornare in carcere.

Federica Federico

di Federica Federico

19 Giugno 2012

Fabrizio Corona, la mamma parla della depressione del figlioLa mamma di Fabrizio Corona parla pubblicamente della depressione del figlio e per lui chiede clemenza: “Io ho sessant’anni ma me ne sento molti di più, e ai giudici che dovranno decidere di questo mio ragazzo dico: non è un delinquente. Non condannatelo come fosse un assassino: dieci anni, in Italia, non li prendono nemmeno quelli“.

La mamma è sempre la mamma. Le madri sono cavalieri senza peccato né paura che indomiti difendono il loro bene più prezioso: i figli.

Spesso, tuttavia, il ruolo di schermo di cui una mamma si fa carico, per quanto assunto in buonissima fede, diviene non proficuo, non funzionale alla crescita del figlio e neanche convincente.

Sarebbe opportuno che ogni genitore si sforzasse di “dosare le proprie forze e di considerare l’opportunità del proprio agire”.

La capacità di “dosare le proprie forze e considerare l’opportunità del proprio agire” non è un talento o un’attitudine è un atteggiamento che andrebbe applicato o acquisito da ogni individuo ed è una norma di buon vivere che dovrebbe persino rappresentare un insegnamento da trasmettere ai figli.

Invece troppo spesso non si educano i bambini ed i ragazzi al rispetto dei limiti. La vita sociale, la considerazione degli altri individui del mondo, il rispetto e la stima verso se stessi pretendono di fatto la metabolizzazione e la comprensione di un complesso di regole sociali che richiamano e\o impongono dei comportamenti civili.

Fabrizio Corona, la mamma parla della depressione del figlioLa “legge” non è un concetto astratto, essa rappresenta lo strumento di affermazione delle regole sociali, segna il confine dell’illecito e determina oggettivamente ciò che è non ammesso né ammissibile.

Chi viola la legge, dopo regolare processo, deve essere punito. La pena, da comminarsi come conseguenza del reato, in teoria dovrebbe essere commisurata alla violazione perpetrata e  dovrebbe risultare proporzionale alla lesione dell’ordine sociale generata dalla violazione (ovvero dal comportamento avverso ed opposto alla legge).

Chi sbaglia paga e i cocci sono i suoi”, il reo deve cioè assumersi le responsabilità del suo comportamento. In questo senso un imputato all’interno di un processo non dovrebbe dimostrare la sua innocenza morale, la propria fragilità o il proprio buon cuore, dovrebbe, piuttosto, puntare a sostenere la correttezza dell’agire attestando una oggettiva innocenza. È innocente chi non ha agito contra legge mentre è colpevole chi lo ha fatto.

Sempre più spesso si assiste ad una “umanizzazione” della colpevolezza volta a giustificare i misfatti umani sulla base di debolezze insostenibili, inarrestabili ed incontrollabili.

Il corrotto cede per la stessa brama di danaro che ispira il corruttore, l’uomo che sfrutta sessualmente le donne è malato e non cattivo, l’assassino contemporaneo è sempre piegato da un mal di vivere che da carnefice lo trasforma in vittima (vittima della crisi economica o occupazionale, della gelosia o della sua stessa violenza). Il risultato è che i reati e le vittime che li hanno subiti vengono dimenticati mentre i rei continuano a far parlare di sé.

Fabrizio Corona, la mamma parla della depressione del figlioQuesta volta il racconto mesto e grigio della vita vista da dietro le sbarre lo fa la mamma di Fabrizio Corona. In un’intervista rilasciata a Gente la donna porta a conoscenza dell’opinione pubblica la depressione del figlio manifestatasi durante la sua detenzione, racconta che la pena detentiva lo avrebbe “portato sulla cattiva strada” rendendogli possibili incontri non proficui e contatti con gente da cui si sarebbe fatto influenzare e trascinare. “Dietro le sbarre è uscito di senno e ha ceduto a pessime compagnie che poi lo hanno trascinato in un vortice di reati. Ricordo bene che gli mandai uno psichiatra in prigione: quel medico disse da subito che mio figlio aveva una patologia ben importante” – dice mamma Gabriella.

“Il suo disturbo, mi ha spiegato lo psichiatra, si chiama depressione monopolare: nel cervello di Fabrizio mancano alcune sostanze che ora sta assumendo con le medicine, sostanze che riequilibrano i neurotrasmettori e anche gli ormoni. È un percorso che sta seguendo e che mi sembra che funzioni: ma se torma in carcere cosa facciamo? Ripiombiamo nell’incubo, nel terrore, in un ambiente che per la sua psiche, come per quella di chiunque non sia un vero delinquente, è troppo traumatizzante“.

E conclude asserendo: “Io ho sessant’anni ma me ne sento molti di più, e ai giudici che dovranno decidere di questo mio ragazzo dico: non è un delinquente. Non condannatelo come fosse un assassino: dieci anni, in Italia, non li prendono nemmeno quelli“.

Senza dubbio la certezza della pena è un problema tipicamente italiano, senza dubbio la società avverte l’esigenza di abbreviare l’iter di molti se non tutti i processi e di punire più severamente alcuni reati. Tuttavia la debolezza che la legge del nostro paese può svelare rispetto al rapporto delitto – pena non deve mai essere usata come giustificazione, presupposto di clemenza o pretesto per “ridimensionare” gli errori commessi.

Il messaggio da lanciare è opposto a quello che personalmente leggo nell’intervento della mamma di Corona, ritengo – anche da madre – che il principio da sostenere e patrocinare sia in assoluto quello della lealtà, del buon comportamento e del viver civile, nonché della responsabilità. Di fatto l’acquisizione e la metabolizzazione di questi principi dovrebbe aiutare  a non vivere contra legem e a non incorrere in incresciose e delicate situazioni.

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