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Aggressività, bambini violenti litigano e si picchiano, la pedagogista

di Dott.ssa Rita Moré

16 Settembre 2010


Un bambino può avere scatti di nervi, essere aggressivo o addirittura violento?

A chi non è capitato di notare a scuola, a casa o in un gruppo un bambino più prepotente e impetuoso degli altri? Dunque ci sono bambino aggressivi e violenti, ma cos’è l’aggressività?

Non sempre è facile dare definizioni, soprattutto quando la letteratura scientifica ne offre diverse a seconda della prospettiva dalla quale il fenomeno viene considerato. Proviamo allora a spiegarci ricorrendo ad un esempio. Tra due bambini che giocano capita  che uno strappi un giocattolo all’altro. E’ questo sicuramente un comportamento aggressivo. Tuttavia con il suo comportamento il bambino potrebbe tendere solo ad entrare in possesso dell’oggetto e non fare del male al compagno, oppure potrebbe mostrare ostilità verso l’altro e perciò volere affermare fisicamente la sua forza prima ancora di volere per sé l’oggetto. Sono due diverse forme di aggressività ma entrambe trovano spiegazione nel vissuto del bambino. I ricercatori sostengono che essa è generata dalla frustrazione. Eppure è inevitabile che il bambino subisca nel corso della sua crescita  delle frustrazioni. Perciò tutti siamo preparati ad occasionali comportamenti aggressivi del bambino. L’attenzione va posta quando l’aggressività o la violenza connotano il comportamento del piccolo, quando un bambino è aggressivo e violento oltre misura e, in determinate circostanze, lo è più degli altri.

Inizialmente l’aggressività espressa dal bambino è su basi fisiche con un picco verso i 4 anni, quando i bambini stanno maggiormente a contatto tra loro. Poi l’aggressività si fa verbale e si carica di atteggiamenti ostili fino ai 7 anni. Nel corso della scuola elementare l’aggressività fisica diminuisce ma può poi aumentare nuovamente, dandosi talune condizioni, nell’adolescenza.

Quali esperienze del vissuto del bambino possono ingenerare aggressività e violenza?

Prima ancora di affrontare l’argomento ricordiamo che ogni bambino è un’individualità a se stante e che ogni momento della sua crescita è il risultato di fattori ambientali e fattori neurofisiologici. Predisposizioni e inclinazioni interagiscono, dunque, con gli stimoli ambientali e dall’interazione vengono le risposte del bambino.

La serenità nella famiglia è fattore importante per la crescita e l’equilibrio del bambino Se l’atmosfera in cui il bambino vive non è serena, il bambino ne è turbato. Ma è chiaro che l’allusione non è qui a episodi sporadici ed occasionali perché è l’accumularsi di esperienze negative a danneggiare il bambino.

Se il bambino assiste continuamente a discussioni accese, a liti anche violente tra i genitori impara a far suo il comportamento aggressivo e violento perché è l’unico che conosce. La violenza all’interno delle mura domestiche è particolarmente deleteria perché agisce sul bambino fin dai primissimi anni e come tale è più condizionante di quella sperimentata o appresa in età successive e all’esterno della famiglia. Il bambino appare più difeso di fronte a scene di violenza che si verificano all’esterno del gruppo familiare in quanto può sempre fare ricorso alla sicurezza dei familiari e ritrovare così l’equilibrio emotivo turbato. Di fronte alla violenza familiare, invece, il bambino resta esposto a traumi profondi che ne possono compromettere l’equilibrio.

Se ad un bambino non viene data la possibilità di fare esperienze ed avere amicizie al di fuori dell’ambito familiare, se è troppo controllato, perché i genitori temono tutto ciò che può venire dall’esterno, allora il bambino può mostrare aggressività o fare capricci per manifestare il proprio bisogno di affermazione.

Così pure, quando un bambino è mortificato nelle sue iniziative, quando la sua vita e i suoi spazi sono tutti programmati senza alcuna pausa, allora può cedere, avere crisi di nervi, scatti che si manifestano quando cala la tensione dovuta alla concentrazione. Troppo spesso il bambino è oggetto di eccessive richieste da parte dei genitori, in particolare della madre. Il bambino per accontentarli si sottopone ad uno sforzo notevole e finisce vittima.

Un bambino deve crescere in un ambiente stimolante, il che significa rapporto e dialogo con i genitori ma anche con altri adulti e altri bambini. Se un bambino vive tra pressanti richieste da un lato e ostentato affetto dall’altro, non è in grado di fare scelte, di seguire le proprie inclinazioni, di assumere iniziative. Non può deludere le aspettative della madre, perciò, anche quando la tensione gli procura crisi di nervi o aggressività,  si sente in colpa.

Se un bambino all’interno della famiglia, per vari motivi, è più coccolato e più considerato degli altri figli, può mostrare aggressività nei confronti dei fratelli, in genere nei confronti del più piccolo, ma può rivolgerla anche verso i genitori, ritenuti colpevoli di prestare agli altri figli le cure o rivolgere le lodi che egli ritiene debbano essere solo per lui.

Se un bambino, per una qualsiasi motivazione, viene rifiutato o non è desiderato può comportarsi con aggressività al pari di un bambino che a casa o a scuola viene premiato allorquando fa il prepotente o il capriccioso.

Anche lo scarso calore e lo scarso affetto mostrato dai genitori, l’ostilità e le ripetute e immotivate punizioni fisiche possono ingenerare comportamenti violenti nel bambino che addirittura potrà poi trasmettere questo modello ai propri figli.

Una particolare attenzione va prestata al figlio unico che può risultare più esposto sul piano della socializzazione e meno abituato a difendersi e a reagire agli attacchi degli altri bambini. Quando ciò avviene egli può rispondere con aggressività.


Spesso i genitori di fronte ad un comportamento aggressivo del proprio bambino o non reagiscono o lo fanno quando è tardi. L’intelligenza non sta nel permettere prima e poi punire ma nel prestare attenzione ai diversi segnali che il bambino manda, soprattutto a quelli del corpo. Nel  bambino, infatti, gesti, movimenti, posture e mimiche comunicano ancor prima e ancor più del linguaggio. Così se due fratellini o due bambini stanno giocando ma uno corruga le sopracciglia e mostra i denti o urla in continuazione non aspettiamo l’esplosione fisica dell’aggressività, separiamoli prima che essa si manifesti. Ma se non siamo intervenuti per tempo non puniamo poi con eccessiva severità perché potremmo ingenerare ulteriore frustrazione e perciò ancora aggressività.

C’è chi sottovaluta il problema ritenendo che essendo mutata la società sono mutati i comportamenti. Sono gli stessi che pensano che film e immagini violente permettono al bambino di scaricare l’aggressività, quasi che il bambino comprendesse la finzione o meglio fosse in grado di distinguere tra immaginario e realtà. E’ vero che la nostra è civiltà di immagini, ma è pur vero che queste sono troppo e troppo spesso violente e i bambini ne restano esposti, il più senza il controllo e la guida degli adulti. Di fronte a una scena violenta, trasmessa in TV, il bambino, lasciato a se stesso, è invogliato a ripeterla ed è spinto ad altere forme di aggressività. La prolungata esposizione fa poi aumentare l’aggressività e in media un bambino in età scolare segue le trasmissioni televisive dalle 4 alle 5 ore al giorno. La cosa più diseducativa è poi il fatto che di solito la violenza è rappresentata in TV come il modo migliore di risolvere i problemi, mentre le conseguenze dolorose e negative non vengono mostrate. E’ compito dei genitori controllare i programmi cui assistono i loro bambini, mantenere un atteggiamento di disapprovazione per le manifestazioni di aggressività dei loro figli e soprattutto dimostrare ai bambini che i problemi possono essere affrontati e risolti in maniera non aggressiva.

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