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Cordone conservazione privata delle staminali

di Amiche di Vita da Mamma

03 Ottobre 2010

Ancora prima di restare incinta, avevo già deciso: avrei conservato il sangue cordonale! Poi, però, come spesso accade, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, mare che nel nostro caso si chiamava: burocrazia italiana! Così non appena avuta la certezza di essere incinta, Luca ed io ci siamo messi a fare un po’ di ricerche attraverso internet, amici e la ginecologa che mi ha seguito durante la gravidanza.

La prima cosa che ti colpisce non appena hai deciso è, manco a dirlo, il prezzo di quella che sarà tutta l’operazione…varia da società a società, ma varia di poco: ci vogliono qualche migliaia di euro; secondo: occorre l’autorizzazione del ministero della salute ad esportare all’estero il sangue; terzo: servono alcuni esami aggiuntivi rispetto a quelli classici che si fanno secondo il libretto della gravidanza; quarto: devi decidere in quale ospedale partorirai in quanto occorre un certificato dell’ospedale. Quest’ultima scelta per me, è stata la più difficile; infatti, mi sarebbe piaciuto far nascere la bambina a Firenze, alla Maternità di Careggi, ma, purtroppo, quando andammo a parlare  con personale del reparto ci dissero che a causa delle molta affluenza e della mancanza di letti, sarebbe potuto capitare un dirottamento su  altro ospedale e a quel punto sarebbe saltata tutta l’operazione!

Optammo, allora, per l’Ospedale SS. Annunziata di Bagno a Ripoli, dove mi sono trovata benissimo e dove, fra l’altro, ho fatto tutti i controlli di quella che, negli ultimi tre mesi, è stata classificata come una gravidanza a rischio: inizio di gestosi, troppe acque e altre piccole beghe….

Il mio rischio era di partorire molto prima del termine, e allora niente conservazione…invece la gravidanza è arrivata normalmente a termine (39 settimane e 4 giorni) e la domenica mattina del 28 giugno dell’anno scorso è nata una bella bimba di 3 Kg: Rebecca!

Le ostetriche e le infermiere presenti al parto hanno effettuato le operazioni di raccolta del sangue all’interno del kit che la società ci aveva inviato a casa già da tempo e un corriere, al quale avevamo indicato ospedale in cui ero ricoverata, stanza e letto, è venuto a ritirare il prezioso imballaggio che, ad oggi, si trova in Belgio.

Ed il bello di tutta questa operazione è che si spera di aver fatto tutto per niente! Ovvero di non aver mai bisogno di dover scongelare quella sacca di sangue!

Certo è che tutti dovrebbero avere diritto, senza spese e senza incrementare nessun tipo di mercato ( le società che effettuano crioconservazione e che hanno una banca di raccolta all’estero, nascono come funghi), a conservare, se vogliono, il sangue cordonale. La ricerca va avanti e sempre maggiori sono le speranze che numerose malattie genetiche possano trovare una cura proprio dalle cellule del sangue cordonale.

Se il servizio sanitario nazionale passasse gratuitamente la conservazione del sangue cordonale, se si costituisse anche in Italia una banca di raccolta a cui magari potessero attingere anche coloro che non hanno potuto conservarlo, quanto sarebbe alto il risparmio, anche in termini economici! Tutto ciò, però si scontra con un moralismo un po’ ipocrita dettato da enormi interessi economici in gioco (leggi: case farmaceutiche!) e con una critica decisamente poco costruttiva, quella che sia meglio donare il sangue cordonale invece che conservarlo. Forse c’è ancora troppo poca informazione sull’argomento, forse ancora le donne, o meglio le future mamme non si sono ben coalizzate: se fossimo in tante, se credessimo davvero tutte che conservando il sangue cordonale metteremmo un’ipoteca di salvaguardia sulla salute futura dei nostri figli, allora riusciremmo a controbattere a tanti “tabù” che ci vengono propinati.

Un esempio per tutti: la donazione del cordone non è possibile nei giorni festivi, perché non vengono a ritirare il sangue! Il mio, quindi, se lo avessi donato sarebbe andato perduto perché Rebecca è nata domenica mattina; chi dona il proprio sangue cordonale e poi ne dovesse aver bisogno, in una percentuale altissima di casi rientra in possesso del proprio sangue in quanto la compatibilità con quello altrui è bassissima. Quindi, l’obiezione che mi si potrebbe fare è: bene, allora donalo, tanto se ne hai bisogno lo riprendi! E invece no, perché siccome in Italia non si va avanti sulla ricerca delle cellule staminali, sia per mancanza di soldi sia per ragioni storico – culturali, avere il mio sangue all’estero, mi rende possibile prenderlo e eventualmente portarmelo dove la ricerca è più avanzata.

Questa è la mia storia di mamma: razionale e pratica; laica ed ottimista.

Spero che l’occasione che ho voluto dare a Rebecca e che rifarei se mi dovesse ricapitare un’altra gravidanza, tutte le mamme la possano dare anche ai loro figli; per far ciò è necessario che non solo le leggi ma anche molti modi di pensare cambino.

E poi, da mamma, è bellissimo pensare che quel sangue in comune con mia figlia ancora c’è, esiste ed ha ancora qualcosa da dare.

Questo articolo è firmato ” mamma Cecilia”, una amica virtuale che dalle pagine di facebook è entrata nella rete rosa di Vita da Mamma. Tutta la redazione ringrazia Cecilia per il contributo di conoscenza che la sua storia porta con sè.

<< Carissima Cecilia, è stato un piacere ed un onore ospitare la tua storia. Spero sinceramente di poter accogliere e condividere ancora i tuoi racconti di mamma. Grazie, infinitamente grazie!>>

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