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Bambino gettato nel Tevere: condannato a trent’anni il padre

Giustizia per il bimbo annegato nel Tevere

di Mariangela Saulino

05 Dicembre 2012

Il 4 febbraio scorso, quando Roma era immersa nella neve, Patrizio Franceschelli al culmine di una lite con la sua compagna, gettò il piccolo Claudio di soli 16 mesi nel Tevere, all’altezza del Ponte Mazzini.

Un gesto folle per il quale oggi patrizio è stato condannato con rito abbreviato a trent’anni di carcere.

Il Gup Adele Rando ha accolto tutte le richieste della Procura che contestava a Franceschelli i reati di omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela.

All’udienza erano presenti la nonna e la zia del piccolo Claudio ma anche tante mamme con i propri bambini, appartenenti all’associazione nata in onore del piccolo.

La lettura del dispositivo, giunta dopo due ore di camera di consiglio, è stata accolta da un applauso e poi da un lungo silenzio.

Il gesto di Franceschelli è stato un atto di lucida follia, un raptus, come lo definisce la perizia del tribunale, durante il quale è rimasto lucido e pienamente cosciente.

Atteggiamento che è proprio dell’uomo che durante tutto il processo si è mostrato sprezzante nei confronti dei familiari del piccolo Claudio.

La condanna arriva a distanza di 8 mesi dal 29 marzo, giorno in cui il corpicino del piccolo fu ritrovato nel Tevere nella zona di Fiumicino.

Il cadavere di Claudio fu ritrovato a distanza di più di un mese da quel fatale 4 febbraio, giorno in cui Franceschelli si recò a casa della sua compagna, in ospedale dopo l’ennesima lite. Preso dalla rabbia strappò Claudio dalle braccia della nonna lo portò via e, una volta giunto su Ponte Mazzini, decise di liberarsi del suo “fardello” nelle gelide acque del fiume.

Una storia che spezza il cuore e che ha lasciato un ricordo indelebile nei romani che ancora oggi si recano al ponte per omaggiare quel piccolo angelo con fiori, biglietti e peluche

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