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Vietnam, il paese delle mamme single

Reportage del new York Times nei villaggi dove le donne scelgono di crescere i figli anche senza marito

Alessandra Albanese

di Alessandra Albanese

22 Marzo 2013

La guerra del Vietnam è lontana. Ormai non se ne parla più, da tanti anni, ed è giusto così.

Ma è stata una guerra che, come tutte le guerre, ha lasciato ferite aperte per molto tempo, anche sociali.

Un reportage del New York Times riporta un po’ i riflettori su quei luoghi e su quei fatti.

C’è un villaggio a Nord del paese dove la guerra ha portato oggi, a distanza di oltre trent’anni, ad una situazione particolare.

Durante gli anni 70, nel periodo della guerra, il Vietnam era uno di quei paesi dove le donne si sposavano a 16 anni. I mariti di queste piccole donne furono costretti a lasciare villaggi e famiglie per andare al fronte. Ma quando poi tornarono preferirono ragazze più giovani alle mogli, che nel frattempo avevano passato i vent’anni ed erano considerate “vecchie”.

Inoltre il numero delle donne, proprio a causa delle perdite umane, era diventato molto maggiore rispetto a quello degli uomini. Ancora oggi l’ultimo censimento del 2009 rivela 88 uomini su 100 donne tra i 20 e i 44 anni.

Ma le donne vietnamite non si arresero al desiderio di maternità. Loro, che vecchie non si sentivano, le ventenni non più in età da marito, cominciarono una piccola rivoluzione sociale, che poi aprì un varco al concetto di famiglia tradizionale fino a quel momento in usanza in Vietnam.

Chiesero perciò agli uomini uno “xin con” che letteralmente vuol dire “richiesta per un bambino”. Vollero cioè concepire un figlio anche soltanto tramite una breve relazione con gli uomini, anche soltanto incontrati per questo scopo.

Il New York Times ha intervistato queste donne. Molte hanno raccontato la loro storia, ma hanno voluto comunque mantenere l’anonimato. Altre invece lo hanno fatto a volto scoperto.

Come Nguyen Thi Nhan. La donna racconta di come il marito l’avesse abbandonata dopo la guerra e fosse rimasta da sola a crescere la figlia. Poi decise di avere un secondo figlio. Nel villaggio dove viveva dovette affrontare i pregiudizi della gente, ma alla fine riuscì a farsi accettare, e anzi in quel villaggio  Nguyen Thi Nhan fu raggiunta da altre ragazze nella sua stessa condizione.

A causa di questo fenomeno il governo nel 1986 approvò una legge proprio per tutelare queste donne: hanno potuto riconoscere i loro figli e, in collaborazione con diverse Ong, l’amministrazione Vietnamita ha continuato in direzione della parità dei diritti delle donne, affinché migliorassero la loro condizione, la loro istruzione e la loro salute.

Sebbene sia stato fatto un gran passo avanti, ancora nel paese regna il pregiudizio e la discriminazione, ma un po’ alla volta ci si avvicina alla svolta.

Queste donne non si sono arrese, e non si arrenderanno sicuramente adesso, che vedono la loro condizione ben diversa rispetto a quando questa “emancipazione” è cominciata.

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