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Imparare a parlare dopo i 2 anni: cosa fare quando il bambino ha un ritardo nel linguaggio

di Dott.ssa Michela Del Prete

29 Novembre 2010

In questo momento mio figlio, 3anni e 5mesi, sta giocando con la sorella, di soli 22 mesi. La piccola, che ha incominciato a camminare molto presto, è da noi soprannominata “la scimmietta” per le sue sorprendenti capacità motorie: corre e si arrampica con disinvoltura, nessun ostacolo riesce a frenare la sua sete di scoperta. Insomma mia figlia è azione e movimento, ma non parla.

Diversamente il fratello è un bimbo cerebrale, poco interessato alle arrampicate spericolate ed alle corse sfrenate, parla benissimo, ama la lettura, la visione dei film ed i giochi di concentrazione e fantasia.

La loro differenza è evidente, in questo momento il mio furbo figlioletto per fermare la corsa veloce della piccolina sta gridando : <<Mia sorella ha perso la lingua … mia sorella ha perso la lingua >>.

Il silenzio di mia figlia è per me motivo di grane ansia … le mie paure mi hanno indotto a chiedere l’aiuto della nostra logopedista:

<<Mia figlia ha quasi 2anni ed ancora non parla! È preoccupante? Il suo può definirsi un “ritardo”?>>

Oggi la Dott.ssa Michela Del Prete individua e chiarisce a noi mamme quando e dinnanzi a quali “sintomi” sia legittimo preoccuparsi se il bimbo non parla.

Qui di seguito l’analisi dell’esperta:

Nella maggior parte delle volte mi trovo a valutare bambini che a 20/30 mesi ancora non parlano.

Così come abbiamo più volte detto, per il linguaggio, non c’è una tempo specifico o valido per tutti i bambini che segna l’inizio della produzione del linguaggio.

Ci sono alcuni elementi ai quali dobbiamo dare più importanza, e monitorarli nel tempo, per poi preventivare una visita dallo specialista.

Di seguito riporterò comportamenti, atteggiamenti del piccolo che potrebbero essere il campanello d’allarme per una eventuale diagnosi differenziata:

  • Non si gira se lo/la chiamo,
  • Non guarda  la televisione con un volume medio,
  • Non guarda negli occhi il suo interlocutore ( ha contatto oculare),
  • Non esegue ordini semplici (prende la cosa che gli chiedo, anche se non mi legge il labiale. Ad esempio: “Francesca mi prendi la mela” e Francesca prende effettivamente la mela),
  • Non gioca in maniera strutturata con i giochi, ad esempio la macchinina non la farà roteare sul pavimento ma la lancerà,
  • Predilige giochi stereotipati, apre e chiude scatoline, cassetti, tappi di penne e pennarelli ecc,
  • Si calma solo se viene cullata,
  • Manifesta spesso crisi di collera,
  • Ha comportamenti autolesionisti .

E’ importante osservare tali elementi, che verranno poi riportati allo specialista in fase di valutazione.

Il primo fattore che deve essere escluso in caso di ritardo del linguaggio è un deficit uditivo, quindi monitorare le reazioni del piccolo ai rumori è molto importante. Se il bambino, infatti, ci risponde quando lo chiamiamo o se noi gli chiediamo di prendere una cosa (stando bene attenti a non farci leggere le labbra) e il bambino lo fa, significa che il bambino ci sente e che capisce il significato della parola.

Bisogna accertare che non vi siano condizioni di rischio per sordità o ritardo: prematurità, sofferenza da parto, malformazioni, malattie ereditarie. Comunque, una valutazione audiologica e foniatrica è raccomandabile. Entrambe le valutazioni vengono svolte dalla medesima figura medica, l’audiofoniatra, che è un otorinolaringoiatra specializzato nei problemi del linguaggio.

Se invece notiamo che:

  • il bambino appare isolato dal contesto nel quale vive,
  • non ricerca lo scambio con l’altro
  • non ha il contatto oculare con l’interlocutore se non per brevissimi tempi,
  • predilige  giochi stereotipati,

allora in questo caso ,oltre alla consulenza audiofoniatrica, si potrebbe ipotizzare una valutazione  Neuropichiatrica Infantile che potrebbe approfondire alcuni aspetti comportamentali relazionali del bambino.

Se invece notiamo che il bambino ha comportamenti  normali in relazione ai suoni e l’interazione relazionale con l’altro è funzionale, in questo caso potremmo ipotizzare che il bambino non vuole usare le parole, perché “gli conviene” continuare ad esprimersi a gesti. Se, quando indica un oggetto, la mamma interpreta “vuole la palla  rossa che sta  nel mobile”, il bambino non si sforzerà mai ad usare una frase così complessa: alzerà semplicemente il dito ed otterrà ciò che vuole. Allora, oltre ad indagare eventuali difetti dell’udito, provate a “rendergli la vita più difficile”: non accontentatelo subito quando alza il dito, ma invitatelo a dirvi cosa vuole, ad esempio: “ vuoi la  palla?”, cosa vuoi? (aspettate che sia lui a dirvi “Palla”, prolungate i tempi di attesa, il bimbo non ottiene subito ciò che vuole, ma deve cominciare a capire che  gli state chiedendo una cosa in cambio dell’oggetto da lui richiesto”.)

Il processo della crescita spesso  subisce dei rallentamenti o dei blocchi legati ,nella maggior parte delle volte, al “desiderio di restare piccoli”e di non affrontare la fatica della crescita. Questi blocchi possono riguardare il linguaggio, il controllo delle feci, il mangiare da soli, e così via. Il modo migliore per superarli consiste nel sottolineare al bambino le cose positive del crescere, ad esempio “adesso che sei grande puoi vedere la tv per più tempo”; ma poi, non perdete l’occasione di pretendere dal vostro piccolo anche altre cose; cose che rispecchiano proprio la crescita, come ad esempio “metti a posto i giochi dopo che hai finito di giocare altrimenti non puoi prendere un altro gioco”). Il tutto con una abbondante dose di pazienza.

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