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Neonato e bambino: come parlare e comunicare verbalmente con i figli

di Dott. Giuliano Gaglione

31 Gennaio 2011

Durante i primi mesi di vita del bambino, la madre crea con lui un forte attaccamento, utile a favorire in quest’ultimo sicurezza, fiducia e affetto. In questo periodo è necessario che la madre comunichi con il proprio figlio anche sul piano verbale, in modo da permettere al piccolo di sviluppare più velocemente capacità mentali; nel caso di bambini prematuri, si consiglia maggiormente l’utilizzo del linguaggio verbale al fine di recuperare le suddette capacità.
Per quanto riguarda la modalità di comunicazione, è molto importante “imparare a parlare” con il bambino, insegnandogli innanzitutto a denominare ogni cosa che lo circonda e permettendogli successivamente di esplorare la sua realtà, cosicchè il piccolo possa costruirsi lentamente delle rappresentazioni mentali del mondo a lui circostante.
Le parole che utilizzano gli adulti possono influenzare notevolmente i comportamenti dei figli, difatti una comunicazione basata sulla fiducia e sull’incoraggiamento e un processo attivo che comporta domande, risposte, ascolto e comprensione, permettono al bambino di relazionarsi alla realtà in una maniera assolutamente benefica.

La più elementare capacità di comunicazione verbale è l’ ascolto ma purtroppo non tutti i genitori riescono ad ascoltare attentamente i loro bambini.

E’ necessario per gli adulti  dedicare sufficiente tempo della loro giornata per ascoltare completamente il loro figlio e porre domande pertinenti, mantenendo quanto più possibile lo sguardo rivolto verso di lui, in modo che il bambino capisca che essi siano effettivamente interessati a ciò che egli ha da dire.

La comunicazione verbale con i bambini può essere rafforzata permettendo loro di compiere delle scelte autonomamente. “Molte volte, le scelte permettono ai bambini di sviluppare sia indipendenza che capacità decisionali.

Un ulteriore suggerimento è quello di essere sempre chiari, senza utilizzare parole o gesti che se da un lato possono proteggere i bambini da eventuali sofferenze, dall’altro non garantiscono una vera e propria trasparenza nelle intenzioni genitoriali. Ad esempio se i genitori escono senza farsi sentire dai loro figli, inizialmente i bambini provano calma e spensieratezza, ma col passare del tempo in loro possono crearsi dei disagi che sfociano in irritabilità, pianti e lamentele nel sonno, inoltre essi possono  seguire continuamente la madre in quanto temono che ella improvvisamente possa nuovamente “sparire”. Per tal motivo è necessario essere chiari, spiegare le azioni che i genitori devono compiere e i motivi per cui si assentano, ma sempre con toni dolci, con modalità positive e di conforto.

A tal proposito bisogna saper utilizzare un linguaggio da un lato esplicito, dall’altro colmo di amore e dolcezza nel momento in cui si parlerà ai bambini di tematiche delicate come malattie o lutti: parlare della perdita è un importante processo che permette l’ elaborazione di questa sofferenza. Inoltre non è necessario rimuovere le fotografie della persona scomparsa; esse sono un ottimo esempio di come il ricordo del defunto possa essere ancora vivo nella memoria dei genitori e nel piccolo. E’ importante anche piangere con i figli, ovviamente non in maniera smisurata ed eccessivamente disperata in quanto potrebbero causare loro turbamento, affinchè essi possano capire quanto sia importante esprimere un’emozione, bella o brutta che sia, senza reprimerla.

Durante i primi anni di vita nel bambino inizia ad apparire lentamente il linguaggio verbale: al momento della nascita egli è in grado di piangere e di emettere altri suoni che segnalano difficoltà, a circa 2 mesi  egli inizia a produrre una nuova categoria dei suoni, definiti cooing (serie di vocali ripetute). Intorno ai 7 mesi c’è la fase della lallazione, caratterizzata da coppie di vocali e consonanti ben definite, fino a quando dai 10 mesi in poi avviene un vero e proprio sviluppo linguistico.
Durante questo processo sono essenziali i seguenti fattori:
·    caratteristiche proprie del bambino;
·    relazioni con persone di riferimento.

Ove sopraggiungessero delle difficoltà relazionali o comportamentali capaci di alterare, limitare o turbare lo sviluppo del bambino, lo specialista considererebbe proprio i fattori di cui sopra:

·    caratteristiche proprie del bambino;
·    relazioni con persone di riferimento che in qualche modo non abbiano garantito al piccolo uno sviluppo equilibrato;
·    eventi scatenanti che potrebbero aver turbato la sua evoluzione
In questi casi, se uno psicologo indaga sulla storia del bambino, anche in relazione alla sua realtà di riferimento, può risalire al senso e al significato delle sue difficoltà in quel particolare periodo della sua vita.

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