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Bambini in carcere, crescere con la mamma ma reclusi

di Dott.ssa Licia Falduzzi

03 Febbraio 2011

Bambini reclusi … L’infanzia negata

Sono 55 i bambini, al di sotto dei tre anni, che vivono nelle carceri italiane con le loro mamme detenute. Numero probabilmente destinato ad aumentare perché sono 14 le mamme detenute in stato di gravidanza (Fonte: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dati al 30 giugno 2010).

L’art. 11 della Legge n. 354 del 26 luglio 1975 “Ordinamento penitenziario” consente alle madri detenute, che non possono usufruire di percorsi alternativi alla detenzione (così come previsto dalla Legge 8 marzo 2001 n. 40), di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Un diritto per la madre a crescere i propri figli accanto a sé ed un diritto per i figli a stare accanto alla propria madre e a non subire nessuna restrizione delle relazioni affettive.

Ma a che prezzo avviene tutto questo?

<<Il carcere è un’istituzione totale>>. Si chiama così un’organizzazione i cui membri vivono in isolamento dal resto della società e sono sottoposti alla sorveglianza di guardiani la cui autorità si estende ad una vasta gamma di comportamenti che vanno dal sostentamento, all’alloggio, alla cura personale dei sorvegliati. Il carcere sottrae all’individuo la cura di se stesso e lo priva della sua autonomia e della sua libertà; il carcere separa violentemente l’individuo dal proprio mondo, dalla propria realtà sociale, dai propri affetti, dai propri ruoli, ed esercita su di lui un’azione totale e spersonalizzante.

Le madri detenute sentono il peso di tutto ciò, ma la loro condizione è spesso aggravata dalla responsabilità, carica di sofferenza, paure, sensi di colpa e solitudine, di scegliere se tenere accanto a sé o meno i propri bambini (al di sotto dei tre anni). È una scelta devastante, carica di dolore e di sensi di colpa:

stare lontano dalla propria creatura per un tempo che, qualunque esso sia, sembra sempre e comunque interminabile oppure tenerlo accanto a sé, assicurandogli il diritto di crescere accanto alla propria madre, ma privandolo di una vita normale, anzi condannandolo ad una condizione di “recluso innocente”?

Qualunque sia la decisione della madre detenuta ci troviamo comunque di fronte ad un caso di genitorialità negata.

Le madri detenute che decidono di vivere la maternità in carcere hanno, sì, la possibilità di prendersi cura del proprio bambino, ma con i modi e con i tempi che il carcere impone loro: non si può andare a passeggio al parco in una giornata di sole, non si può accompagnare il proprio bambino alle feste dei compagnetti d’asilo, non si può andare a comprare la sua cameretta, non lo si può portare alla visita pediatrica di controllo. Il carcere comporta quindi una limitazione alla possibilità di esprimere pienamente la propria maternità ed una limitazione allo svolgimento del proprio ruolo genitoriale. Le madri detenute che invece decidono di vivere la maternità a distanza devono subire una dolorosa separazione dal figlio ed accettare di vederlo e sentirlo in modo sporadico e in tempi e spazi assolutamente ristretti.

Ma per quanto riguarda i bambini reclusi si può allora parlare di infanzia negata?

La risposta non può che essere affermativa. Questi bambini soffrono un doppio trauma: quello della vita reclusa fino a tre anni e quello della separazione traumatica dalla madre poi. Vivono in un ambiente, il carcere, molto difficile e chiaramente non adatto ad un bambino (finestre con le sbarre, l’arredo essenziale ed anonimo, le liti tra detenute alle quali il bambino può assistere come inerme spettatore). Soffrono di disturbi legati al sovraffollamento e alla mancanza di spazio, soffrono di inappetenza, di apatia. Sebbene, quindi, la possibilità di stare con la propria madre sia preferibile al provvedimento del completo allontanamento da essa, l’infanzia in carcere si sviluppa in un contesto innaturale. La vita dei bambini vi scorre in modo anomalo, tra rigidi orari del pasto, del sonno, dell’uscita all’aria della madre, segnalati da una fredda campanella che suona sempre allo stesso modo e alla stessa ora.

Per questi bambini, reclusi innocenti, è tutto sempre, ogni giorno che passa, tristemente uguale.

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