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Concordia, le Voci dei Naufraghi: “Aiutateci, non Fanno Calare le Scialuppe. Ci Massacrano Come Pecore”

Le richieste d'aiuto lanciate la notte del naufragio della Costa Concordia

Maria Corbisiero

di Maria Corbisiero

29 Aprile 2014

costa concordia naufragio

Ieri, lunedì 28 aprile, durante il processo contro Francesco Schettino, ex comandante della nave da crociera Costa Concordia, svoltosi a Grosseto, i presenti hanno rivissuto le drammatiche fasi del naufragio del 13 gennaio 2012.

Infatti, come riporta La Nazione, nel corso dell’udienza, alla quale era presente anche Schettino, sono state ascoltate alcune delle conversazioni telefoniche intervenute tra i passeggeri atterriti e gli operatori del 112 durante le concitate e drammatiche fasi dell’affondamento del natante.

Il sopra citato quotidiano riporta alcune di quelle frasi, imploranti richieste d’aiuto che, a distanza di oltre due anni, rievocano paure ed orrori non ancora assopiti.

Non vogliono calare le scialuppe, la nave si piega e va sempre più giù. Aiutateci vi prego, ho due bambini. Ci massacrano come pecore – è una delle tante chiamate, una delle innumerevoli richieste d’aiuto giunte al centralino dei carabinieri.

Non vogliono calare le scialuppe, la nave si piega – racconta un passeggero, lo stesso che viene rassicurato dall’operatore che lo informa dell’imminente arrivo dei soccorsi – Ma fra quanto? Non si vede nessuno, la nave si sta piegando”.

Ed ancora, alle ore 22.51: “Ci stanno facendo uscire dalle scialuppe, che cosa dobbiamo fare? Aiutateci vi prego, non ci dicono niente, abbiamo dei bambini, ho figli piccoli, aiutateci. Non vediamo niente, la nave va sempre più giù … mandate qualcuno, presto. La gente si sta buttando dentro le scialuppe. La nave si muove, si piega, ma ci hanno fatto uscire dalle scialuppe”.

Frasi che, secondo l’accusa, metterebbero in evidenza non soltanto l’orrore che in tanto, troppi, hanno vissuto quella notte, ma anche la difficoltà avuta dal personale di bordo nel prestare i dovuti soccorsi e, cosa ancor più importante, il tardato ordine di abbandonare la nave.

A dare adito a quest’ultima affermazione, l’ascolto, durante il processo, di un’intercettazione di una conversazione avvenuta tra l’ufficiale di macchina Hugo Di Piazza e un amico:

“C’era gente che cadeva in acqua, c’era chi nuotava, altre persone sbattevano da una parte all’altra della nave come palline del flipper. Non erano solo passeggeri, c’erano anche altri dell’equipaggio, come i filippini […]. Volevano buttarla sul blackout, ma non c’è stato modo, a parte dopo la botta. Quando sono finite le batterie si è attivato il generatore […] Ha aumentato la velocità, da 14 nodi è voluto andare a 16. Si sapeva dell’inchino, ma andava troppo forte. In macchina abbiamo sentito lo sbandamento e poi arrivò l’acqua. Il comandante? Non lo so cosa voleva fare. Era tre volte che si avvicinava sempre di più. Era una specie di sfida con sé stesso”.

Una, si presume, sfida che è costata la vita a 32 persone…

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