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Seveso Disastro Ambientale Testimonianza da Ricordare

Seveso disastro ambientale della nube di diossina, dopo 40 anni la testimonianza di una sopravvissuta

Gioela Saga

di Gioela Saga

22 Luglio 2016

Ci sono tragedie che non si dovrebbero mai dimenticare e che dovrebbero darci modo di riflettere sempre sulla pericolosità dell’azione dell’uomo sull’ambiente, uomo che non può mai essere così arrogante e presuntuoso da non pensare ai potenziali rischi di industrie come quella chimica.

 

Seveso disastro ambientale da non dimenticare dopo 40 anni: il 10 luglio 1976, un sabato, verso mezzogiorno, una nube di diossina investe i comuni di di Meda, Cesano Maderno, Desio e soprattutto quello di Seveso in provincia di Milano. Presso lo stabilimento Icmesa, un’industria chimica svizzera del gruppo Roche con sede a Meda, il sistema di controllo di un reattore smette di funzionare, la conseguenza è che la temperatura sale oltre i limiti previsti, causando la fuoriuscita di sostanze tossiche che componevano vari diserbanti in produzione.

Seveso disastro ambientale dopo 40 anni

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La testimonianza resa da Stefania Senno è diventata il simbolo di quanto è successo. Con difficoltà, 10 anni fa, ha raccontato ciò che ricordava di quel giorno, giusto qualche flash, e soprattutto i ricordi sono quelli di dopo, che sono stati per lei dolorosi e pesanti. Ha deciso poi di chiudersi di nuovo nel suo silenzio per non soffrire ancora probabilmente e dover rivivere quel drammatico periodo.

 

Stefania aveva solo due anni quando quel giorno sua mamma notò delle nubi particolarmente dense in cielo ma, essendo una zona fortemente industriale, collegò il fumo a questo fatto senza preoccuparsi maggiormente, come lei fecero molti altri.

 

Le sue bimbe giocavano sul terrazzo, a qualche centinaia di metri dalla fabbrica e venivano investite da un odore acre. Il dramma fu principalmente questo: il ritardo, ritardo nel rendersi conto di quanto stesse accadendo.

 

Le prime evacuazioni furono fatte solo 2 settimane dopo. Fu fatto divieto di mangiare i prodotti agricoli della zona e le lesioni cutanee si diffondevano sempre di più.

Alcuni ricordano che gli uccellini cadevano da soli schiantandosi dal cielo.

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Seveso disastro ambientale che comincia in sordina

La mamma di Stefania iniziò ad allarmarsi quando vide dei brufoletti sul viso delle sue bambine e le portò dal medico pensando si trattasse di varicella ma il dottore le disse subito che si trattava di danni da ustione chimica! Ben poco si sapeva allora su tutto ciò.

 

Stefania e sua sorella hanno sofferto tanto:

“I medici avevano fretta di capire, avevano poca pazienza” ricorda Stefania

e quella fu una tragica estate…

 A volte Stefania si guardava allo specchio e si sentiva morire, si toccava il viso incredula di quanto accaduto.

Stefania sviluppò la cloracne, una forma di dermatosi causata dal cloro contenuto nella diossina, quasi 200 casi solo a Seveso. Dopo anni di cure la cloracne è sparita me le cicatrici risultano ancora evidenti.

Seveso disastro ambientale da non dimenticare: non ci furono morti ma migliaia di animali  furono vittime della diossina presente nell’ambiente.

Il disastro ambientale di Seveso sono diventati il simbolo dei rischi dell’industria chimica.

Per Stefania, poi diventata grande e adolescente, sono stati anni tremendi, per questo la sua famiglia si sposta in Veneto e ha sempre avuto l’obiettivo di cancellare le cicatrici, almeno quelle visibili, che le ricordavano quanto avvenuto come racconta in questo video.

 

Si susseguono cause e processi per i rimborsi di queste operazioni. 240 milioni di lire di rimborso per le due sorelline, in toto. Una cifra che si commenta da sola e che non lasciava spazio per altri rimborsi relativi ad operazioni successive o problemi che potevano sopraggiungere. Il riconoscimento dei danni morali per molte vittime, circa 21 famiglie, è stato fatto solo nel 1994 ma ancora non compensa realmente neppure le spese effettive sostenute dalle vittime.

seveso disastro ambientale

Seveso disastro ambientale è diventato il simbolo dei rischi dell’industria chimica.

Inoltre, nel 1997, la Cassazione stabilisce che chi non ha subito danni biologici o patrimoniali deve poi restituire i danni morali anche con gli interessi.

 

Seveso disastro ambientale a venti anni di distanza: è difficile per le vittime farsi carico di tutte le pezze giustificative. Alcune persone sono addirittura costrette a farsi pignorare i beni per poter assolvere a questo impegno incomprensibile e che ha tutto il sapore della beffa.

Ancora la situazione giuridica è intricata e in parte irrisolta con cause ancora pendenti per migliaia di persone.

 

La società nel frattempo provvede a bonificare la zona, ora sorge il bosco delle querce dove c’era quella che è diventata la fabbrica dei veleni.

Stefania dice:

“Dentro di me la storia di Seveso non finirà mai, mi hanno distrutto la via, non ho vissuto per 30 anni, ora che ho avuto tre interventi riesco ad accettarmi di più, non accettavo il mio volto ma anche il fatto di esser stata dimenticata da persone che mi hanno rovinata, abbandonata da chi ti ha rovinato.”

L’ex direttore dell’azienda Jörg Sambeth è ancora oggi sgomento, allora era caduto in un buco nero con la sua famiglia, aveva ricevuto minacce di morte e la gente li evitava, la moglie si è ammalata e non ha neppure avuto la forza di combattere.

Otterrà poi la condizionale lasciando l’azienda e diventerà un paladino della sicurezza degli impianti chimici senza la ricerca del profitto ad ogni costo ma soprattutto fa guerra alla mancanza di controlli. Sambeth dice che, con il senno di poi, è consapevole che le informazioni che venivano dall’alto erano parziali o inesistenti e dichiara:

“Oggi quando vedo queste immagini sto ancora male.”



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