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“Mia Martini porta sfiga”, com’è nata l’infamia della sfortuna

Anni 70, su Mimì cadde un'infamia: "Mia Martini porta sfiga", una diceria che la legò alla jella e alla sfortuna, ne fece una donna sola e infine la uccise.

Federica Federico

di Federica Federico

15 Febbraio 2019

Per quanto possa essere arcaico e irrazionale , la nostra società non si è emancipa dalle antiche credenze su sfortuna e fortuna, questi sono ancora connetti influenti psicologicamente e che si rincorrono con una ricaduta violenta in termini di condizionamento sociale.

 

In alcuni casi la sfortuna è stata un marchio che ha letteralmente rovinato la vita delle persone, ne è un esempio la carriera e l’esistenza di Mia Martini.

Anni 70, su Mimì cadde un'infamia: "Mia Martini porta sfiga", una diceria che la legò alla jella e alla sfortuna, ne fece una donna sola e infine la uccise.

“Mia Martini porta sfiga”, questa la diceria, la leggenda, l’infamia che ne inquinò l’immagine, la carriera e l’intera vita.

 

E’ Loredana Bertè, la sorella di Mia Martini, a ripercorrere la memoria di questa considerazione incolta e sterile.

 

Tante le memorie del passato che la Bertè rivela, lo fa nella sua biografia dal titolo evocativo: ”Traslocando – E’ andata così”, scritta con Malcom Pagani ed edita da Rizzoli.

Anni 70, su Mimì cadde un'infamia: "Mia Martini porta sfiga", una diceria che la legò alla jella e alla sfortuna, ne fece una donna sola e infine la uccise.

Mia è stata una delle più grandi interpreti della musica italiana, una voce unica. Eppure la sua grandezza è rimasta mortificata e oppressa da una voce di corridoio, un’insinuazione: “Mia Martini porta sfiga”. Ma perché? Su cosa si è basata questa logorante infamia?

 

Loredana riporta l’attenzione su qualcosa che nessuno dovrebbe mai dimenticare: la maldicenza lascia chi la commette (cioè chi la mette in essere e la pronuncia) ma perseguita chi la subisce, ne contagia l’immagine, si appiccica alla sua anima e impedisce alla società di avere accesso alla verità senza pregiudizi.

 

La stessa Bertè, infatti, riferendosi agli ultimi scampoli della vita della sorella, dice di Mia: “Da qualche mese aveva iniziato a stare veramente male. Vedeva topi ovunque. Era smarrita. Perduta. Affranta da troppi anni di maldicenze e invenzioni. Quella storia della sfiga, l’etichetta volgare e vigliacca che le appiccicarono addosso come fosse un prodotto da bancone del supermercato, la umiliava e la feriva.

Anni 70, su Mimì cadde un'infamia: "Mia Martini porta sfiga", una diceria che la legò alla jella e alla sfortuna, ne fece una donna sola e infine la uccise.

“Mia Martini porta sfiga”, chi l’ha detto sa quanto questo è pesato sulla vita di un’anima bellissima?

 

La leggenda “Mia Martini porta sfiga” nacque all’inizio degli anni Settanta a causa di un incidente in cui la cantante non aveva alcun ruolo:

 

C’era stato un concerto in Sicilia. Era finito tardi. Mimì si era raccomandata con la band:

 

Avete l’albergo pagato, dormite qui, mi raccomando.

 

Ma i ragazzi, come capitava allora, avevano pensato di arrotondare la diaria viaggiando di notte. – Racconta Loredana Berè nella sua biografia. – Ebbero un incidente, fecero un frontale, ci furono dei morti e i giornali iniziarono a pubblicare foto degli spartiti di Mimì insanguinati e a insinuare che non avesse voluto pagare l’hotel.

 

In un ambiente falso e scaramantico com’è quello della musica, bastò e avanzò. “Mimì porta iella” si diceva a mezza voce e l’infamia si fece largo.”

 

“Mia Martini porta sfiga”, invece no! E’ l’uomo che porta infamia e maldicenza. Dovrebbe morire l’ignoranza, l’incuria per l’altro, il dolore, invece è morta Mimì.

 

Loredana Bertè racconta di una vera lotta intrapresa da Mia Martini per liberarsi dal marchio della jella, ma non ci è mai riuscita, non prima di andarsene in quella solitudine e in quel vuoto in cui era stata cacciata e costretta.

 

L’aveva combattuta a lungo. Al tempo dei rifiuti continui, delle spalle voltate e degli amici di un tempo che facevano finta di non conoscerla“, così ne parla Loredana Bertè.

 

Gli scampoli del racconto di Loredana Bertè furono pubblicati, in anteprima alla sua biografia, sul portale web dagospia.com.

 

Oggi Mia Martini deve rappresentare un esempio:

 

Lei è la bellezza rifiutata e mortificata, ha dato la sua arte e la sua purezza per non ricevere in cambio nemmeno la minima parte di ciò che meritava. E l’uomo dovrebbe imparare dagli errori dell’altro uomo.

 

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