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Avere una casa sempre ordinata è triste (psicologia)

Uno psicologo ed educatore analizza la ricaduta dell'odine eccessivo sulla gioia personale e l'educazione dei figli. Avere una casa sempre ordinata è triste

Federica Federico

di Federica Federico

24 Febbraio 2019

Quella moderna è definita come la cultura dell’immagine: la centralità dell’apparenza e la filosofia dell’apparire obbligano ciascuno di noi ad aderire a un’idea di perfezione da cui non riusciamo a staccarci. Dobbiamo essere belli, ordinati, precisi, affabili, puntali, vestire bene e avere una casa sempre ordinata. Tutta questa perfezione apparente inficia l’esistenza e la felicità di ognuno costringendoci ad un odine formale che difficilmente può corrispondere ad un ordine sostanziale.

avere una casa sempre ordinata

Avere una casa sempre in ordine, in modo particolare, equivale ad avere una casa triste. Lo dice lo psicologo, scrittore, educatore e filosofo Mario Sergio Cortella

 

Avere una casa sempre in ordine è un simulacro di perfezione forzato e irreale, gli adulti lo costruiscono per apparire esternamente e formalmente perfetti:

 

  • conta per fare selfie e videochiamate a prova di critica;
  • conta perché nello splendore della perfezione materiale si cerca la pace interiore (che però non ha corrispondenza nell’ordine formale esterno);
  • conta perché ci inganna facendoci sentire meno fragili e meno vulnerabili.

 

Cortella afferma che la vita reale è fatta di caos: avere una casa sempre in ordine è una menzogna pro forma, una bugia dentro la quelle nascondiamo le nostre emozioni.

 

Una casa vera è fatta di molti “fuori posto”, come la giacca sulla spalliera della sedia e questi nei non sono peccati, ma, piuttosto, fisiologici cedimenti all’imperfetto (perchè il perfetto non esiste). In questo senso il disordine è una dimostrazione di verità.

 

Avere una casa sempre in ordine rischia di spingerci dentro una prigione, ovvero di costringerci a rispettare un ordine formale senza il quale scopriamo le nostre debolezze e ci sentiamo fragili.

 

L’altra faccia della medaglia è che il disordine (che è diverso dalla sporcizia e dalla mancanza di igiene, sempre esecrabili e non ammessi) è – nella misura in cui sia “un po’ di disordine” – qualcosa di fisiologico, umano e persino buono: è la dimostrazione che nessuno può essere perfetto e che l’imperfezione non è in sè una debolezza.

 

Seguendo il ragionamento di Cortella, per educare figli felici del proprio ambiente domestico, a loro agio al suo interno e liberi di non apparire imperfetti, dovremmo, noi per primi, cedere all’ammissione delle nostre debolezze e non ricercare la perfezione ad ogni costo, in primis nella casa. Ovviamente ciò dovrebbe renderci esenti anche dalla critica alla altrui pulizia: ma chi non ha mai criticato la foto social postata da un ambiente non perfettamente ordinato?

avere una casa sempre ordinata

Mario Sergio Cortella parte dall’esempio dell’ avere una casa sempre ordinata per arrivare all’aspirazione al bello assoluto, che esso non esiste

 

Fattivamente nell’accettazione delle imperfezioni c’è anche una costante ricerca della felicità, laddove, questa ricerca della gioia, è sempre stata e sarà sempre un problema e un dilemma umano.

 

Educare i figli all’ordine è importante, ma in ciò che Cortella dice risiede una grande verità: educarli a non sentirsi obbligati ad essere troppo ordinati è ancora più determinante.

 


Fonte immagine 123RF con licenza d’uso

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