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Mamma quasi assassina e mamma assassina: depressione

Una mamma quasi assassina fa riaccendere il dibattito sulla depressione: una mamma ha narcotizzato il figlio di 5 anni, forse voleva uccidersi insieme a lui

Federica Federico

di Federica Federico

03 Maggio 2019

E’ di queste ore la notizia dell’arresto di un’altra mamma quasi assassina: nella notte tra il 29 e il 30 aprile scorso questa donna ha tentato di uccidere suo figlio di 5 anni narcotizzandolo.

 

Forse animata da un’intenzione persino suicida, aveva imbottito il figlio di 5 anni di tranquillanti, lo aveva caricato sul sedile dell’auto e, a notte fonda, aveva preso a girare in macchina apparentemente senza una meta precisa.

 

A salvare il bambino, e probabilmente anche la mamma, sono stati i messaggi giunti sui cellulari di alcuni familiari: in un ultimo disperato grido di auto, la donna annunciava di volersi suicidare portando con sé il figlio. 

mamma quasi assassina

Immagine di repertorio, fonte: 123RF con licenza d’uso

Mamma quasi assassina a Padova – è stato grazie al cellulare e a questi messaggi che i Carabinieri, allertati dai familiari, hanno potuto raggiungere e fermare mamma e figlio.

 

All’atto del fermo, la donna era in stato confusionale mentre il bimbo era completamente privo di sensi, avvolto in una coperta e riverso sul sedile posteriore della vettura. Di nuovo si torna a parlare di disagio, di depressione, di criticità.

 

Le fonti stampa fanno sapere che il bambino, ricoverato a Padova, ove i fatti sono avvenuti, è fuori pericolo. La madre,invece, già in stato di arresto con l’accusa di tentato omicidio, è ora ricoverata in una struttura psichiatrica.

 

Questa madre si aggiunge a quella di Cardito, probabilmente complice della morte del figlio per opera delle botte inferte dal patrigo, e si avvicina alla mamma di Gabriel, Donatella, accusata di aver strangolato e soffocato suo figlio perché, con il suo pianto, aveva interrotto un rapporto intimo tra lei e il padre. Laddove poi lo stesso padre non avrebbe fatto nulla per impedire la morte del piccolo, anzi sarebbe stato lì a guardarla sopraggiungere mentre la sua amante stringeva sempre più forte quel figlio innocente, tanto forte da togliergli ogni respiro.

 

Mamma quasi assassina e mamma assassina si incontrano in quella zona d’ombra in cui il dolore personale riesce a schiacciare e mortificare l’amore per i figli.

 

Mentre la prima mamma citata in questo scritto (cioè la mamma quasi assassina di Padova) è ricoverata; la seconda (Cioè la mamma di Cardito) è agli arresti; e la terza, ovvero Donatella, ha persino finto che Gabriel fosse stato investito. C’è, però, un filo invisibile e sconvolgente che tiene queste storie legate insieme:

 

mamma quasi assassina e mamma assassina conoscono la stessa omertà e lo stesso silenzio della società.

 

La possibilità che l’uomo, in quanto persona, si ammali è una possibilità reale, allo stesso modo è possibile che ad ammalassi sia il cuore e la mente umana, tuttavia nessuna deviazione dalla normalità avviene senza avvisaglie: la malattia dell’animo ha i suoi sintomi, alla stessa stregua di qualsiasi altra malattia.

 

La società (in primis la famiglia e la scuola) dovrebbe osservare e denunciare, rilevare le criticità e proteggere i figli dalla deviazione delle madri.

 

La mamma quasi assassina di Padova, come quella di Cardito, come la mamma di Gabriel, ucciso a Piedimonte San Germano, non sono più o meno malate della società che le ha trascurate e nemmeno sono più o meno colpevoli di chi ha omesso, finto di non vedere, taciuto o sottovalutato.

 

La nascita di un figlio finisce di essere un atto naturale, per diventare un fatto eccezionale e eccezionalmente sconvolgente, dal momento in cui il bebè partorito viene messo tra le braccia della donna, è in quell’istante, infatti, che la donna diviene responsabile direttamente e immediatamente di suo figlio.

 

Scuola, comunità formativa (come la parrocchia, l’oratorio o la palestra) devono essere fortemente sensibilizzate all’accoglienza, alla scoperta e alla denuncia di situazioni a rischio.

 

Nelle morti di questi bambini – come nelle quasi tragedie che vengono fermate poco prima del peggio – c’è il fallimento di un’intera società che ancora non riconosce la depressione e che stenta ad arginare e debitamente considerare le malattie dell’animo.

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