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Quanto resta nell’aria il Coronavirus

Quanto resta nell'aria il Coronavirus, contagio via aerea e distanze di sicurezza. Qual è la differenza tra ambiente ospedaliero e ambiente di vita comune in termini di trasmissibilità.

Federica Federico

di Federica Federico

06 Aprile 2020

Quanto resta nell’aria il Coronavirus?

 

All’aperto, negli ambienti arieggiati e disinfettati non c’è pericolo di contagio via aria, questo è quanto emerge dalle evidenze medico scientifiche allo stato raccolte e accertate.

La questione relativa alla permanenza del nuovo virus nell’aria si è fatta insistente sin da subito, ovvero sin da quando il Coronavirus ha cominciato a infettare gli umani.

 

Il nuovo Coronavirus è qualcosa di inesplorato, su cui gli scienziati lavorano, investigano e studiano ogni giorno; per evitare falsi allarmismi e non diffondere inutile panico, è importante rimanere fedeli a ciò che si sa e trasmettere le informazioni con massima chiarezza, in modo da evitare interpretazioni equivocabili.

 

Il nuovo Coronavirus può viaggiare nell’aria attraverso colpi di tosse e starnuti, ma la sopravvivenza nell’ambiente aereo non è tale da creare allarme sociale:

in strada, sui balconi, al supermercato siamo protetti se rispettiamo le distanze di sicurezza (1metro, meglio ancora un metro e mezzo, dall’interlocutore).

 

 

 

Quanto resta nell'aria il Coronavirus

Quanto resta nell’aria il Coronavirus, contagio via area.
Fonte immagine 123RF.com con licenza d’uso.

 

Il pensiero dell’aria contaminata che può infettarci ovunque è un’idea irragionevole che allo stato delle evidenze scientifiche non è supportata da alcuna conferma medica.

 

Lo dice con chiarezza l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’ Istituto Superiore di Sanità si pone sulla stessa linea di pensiero.

 

Allo stato attuale delle ricerche e conoscenze scientifiche, si sa che l’aria può essere largamente contaminata solo in quegli ambienti in cui si crea un “effetto aereosol”, come può avvenire nelle terapie intensive degli ospedali, lì l’aria è “alterata” da procedure mediche, come la broncoaspirazione o l’intubazione di un paziente, che creano una cosiddetta aerosolizzazione.

 

Sempre allo stato attuale della ricerca e della conoscenza scientifica, non è dimostrabile che fenomeni equiparabili a quelli appena descritti possano verificarsi nell’aria in ambienti della vita comune.

 

Il quanto resta nell’aria il Coronavirus dipende dunque dalle condizioni dell’aria stessa.

 

Le ricerche che paventano l’ipotesi di una più estesa permanenza del virus nell’aria sono compiute con riferimento agli ambienti ospedalieri.

Per portare un esempio in tal senso, si pensi alla relazione di Harvey Fineberg, celebre medico americano presidente del comitato della National Academy of Science, che riferisce che: “La ricerca dimostra che anche le gocce aerosolizzate prodotte parlando o forse anche solo respirando possono diffondere il virus”.

 

Un’altra ricerca, firmata dall’Università del Nebraska, riguarda l’analisi dell’aria in un ospedale della Cina, lo studio ha campionato ambienti ospedalieri relativi a 11 stanze con pazienti affetti da Covid-19, in alcune di queste stanze la propagazione del virus è stata testata fino a due metri di distanza dal paziente .

 

Dallo stesso studio  risulta che il virus può rimane sospeso nell’aria anche quando i medici si spogliano degli equipaggiamenti protettivi di cui sono muniti durante i turni di lavoro. Tuttavia il fatto centrale è sempre che le ricerche hanno avuto luogo in ambienti particolari, cioè ambienti ospedalieri, presumibilmente fortemente contaminati e con pazienti capaci di emissioni a fortissima carica virale.

 

Quanto resta nell'aria il Coronavirus, contagio via area.


Quanto resta nell’aria il Coronavirus, contagio via area. Fonte immagine 123RF.com con licenza d’uso

Pertanto l’aria in sé, in ambienti di vita quotidiana non può essere paragonata all’aria in ambienti ospedalieri e al momento, rispetto alla domanda “Quanto resta nell’aria il Coronavirus”, non deve assolutamente farci paura:

 

la prima fonte di contagio resta il contatto diretto e prolungato con una persona infetta (anche asintomatica, sebbene la carica virale degli a sintomatici potrebbe essere minore rispetto ai sintomatici);

resta salvo che il contagio avviene per emissione di droplets e successivo contatti con esse: queste goccioline (i cosiddetti droplets, che per definizione devono avere una dimensione superiore al millimetro) si trasmettono da persona a persona e infettano per mezzo di tosse e starnuti.

 

In definitiva risulta ancora difficile credere che in ambienti comuni il virus possa resistere in particelle ultrafini prodotte con il respiro.

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