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Ghetto di Terezin e Shoah: farfalla gialla simbolo dell’olocausto

La farfalla gialla, oggi divenuta uno dei simboli dell'olocausto, è stata fonte d'ispirazione per i bambini del ghetto di Terezin, considerato allora un campo di concentramento "modello"

di Maria Corbisiero

27 Gennaio 2022

La farfalla è da sempre considerata un simbolo di bellezza, speranza ma soprattutto di rinascita in quanto è in grado di mutare autonomamente dallo stato larvale (bruco, animale invertebrato legato alla terra) a quello di farfalla per l’appunto, un insetto alato di indiscutibile beltà.
Per i bambini del ghetto di Terezin la farfalla, che nei loro disegni veniva spesso dipinta con uno sgargiante colore giallo, era un simbolo di libertà, l’unico essere tra loro in grado di superare il filo spinato e volare lontano da quei luoghi di miseria e sofferenza.
Perché, nonostante l’apparenza, quel ghetto non differenziava dagli altri, seppur utilizzato come vero e proprio “modello” non era altro che un punto di passaggio nel lungo e lento cammino verso la morte.

 

Ghetto di Terezin e Shoah: farfalla gialla simbolo dell’olocausto

Giorno della Memoria: la farfalla gialla del ghetto di Terezin, simbolo dell’olocausto e della Shoah – Foto diritto d’autore: nanamiou© 123RF.com – ID Immagine: 119201453 con licenza d’uso.

 

Ghetto di Terezin: la farfalla gialla simbolo dell’olocausto e della Shoah.

“Chi andrà a Praga, o c’è già stato, ha visitato il museo dei bambini che a Terezin potevano fare le recite o colorare coi pastelli e che poi un giorno furono tutti deportati ed uccisi ad Auschwitz per la sola colpa di essere nati (erano dei bambini, quindi non potevano aver fatto del male a nessuno). C’è una bambina, di cui non ricordo il nome, che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati”.

Questo è un estratto del discorso pronunciato il 29 gennaio 2020 dalla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, durante la cerimonia commemorativa per il 75° anniversario dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz che si tenne presso il Parlamento europeo di Bruxelles.

 

 

La farfalla gialla menzionata della senatrice è presente in molti disegni dei bambini che risiedevano nel lager vicino a Praga, come quello realizzato dalla piccola Doris Weiserová oppure quella descritta nella struggente poesia del promettente scrittore Pavel Friedman, entrambi giovanissimi, entrambi vissuti nel ghetto di Terezin e deportati ad Auschwitz nel 1944, il campo di sterminio divenuto la loro tomba.

 

“Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che io vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali. Che siano in grado di fare la scelta, e con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati”.

Così concludeva la Segre, un messaggio di speranza il suo, un invito a non dimenticare mai perché, per quanto orribile, è necessario ricordare uno dei periodi più brutti della storia dell’uomo, una vera e propria apocalisse dell’umanità che ha ucciso e trucidato milioni di persone. È necessario ricordare per non ripetere quegli stessi orrori.

 

Ma cos’era il ghetto di Terezin?

Nel corso di quasi tutta la II Guerra Mondiale, circa 15mila tra bambini ed adolescenti trascorsero la loro breve esistenza nel Campo di concentramento di Theresienstadt, meglio noto come il ghetto di Terezin, cittadina situata nella Repubblica Ceca. Qui i piccoli ed i giovanissimi potevano vivere insieme alle loro famiglie oppure in case destinate unicamente a loro.
Terezin veniva descritto come un “ghetto modello”: i nazisti vi deportarono intellettuali, artisti e professionisti che, con le loro arti, avrebbero dato lustro al campo, una vera e propria azione di propaganda per mostrare quanto fossero benevoli nei confronti degli ebrei.

 

Ma dietro a questa “facciata” si nascondeva ben altro, il ghetto di Terezin non era altro che un luogo di transito per coloro il cui destino era già stato deciso, una temporanea sosta lungo il tragitto che prima o poi li avrebbe portati nel campo di sterminio di Auschwitz.

 

 

Nonostante vissero una vita breve e precaria, fatta di negazione, emarginazione, sofferenza e sacrificio – raggiunti i 14 anni venivano costretti ai lavori forzati – i bambini del ghetto di Terezin ricevettero, seppur in minima parte, un’educazione, un insegnamento e veri e propri momenti di svago. A regalare loro quei piccoli e fugaci attimi di normalità un gruppo di intellettuali ebrei (musicisti, artisti, educatori, ecc.) che, nonostante la stanchezza e la fatica, riuscirono a preparare per loro delle attività sportive e culturali.
Gran parte del merito dell’organizzazione della vita nel campo di concentramento va attribuito all’educatore Fredy Hirsch che riuscì a scandire le giornate dei più piccoli con tante e diverse attività, rendendo quasi piacevole la loro permanenza in quel luogo così tetro ed ostile. Un importante contributo cessato verso la fine del 1943, periodo durante il quale Hirsch fu trasferito nel campo di concentramento di Auschwitz fino all’8 Marzo 1944, quando morì in una camera a gas.

 

Nel ghetto di Terezin prese vita anche una rivista clandestina realizzata da un gruppo di ragazzi guidati dal 14enne Petr Ginz. Il giornale veniva pubblicato ogni settimana col nome Vedem!, tradotto in Avanziamo!, e raccoglieva testi letterari e poesie, nonché articoli sull’arte o sulla sociologia.
Il Vedem! fu distribuito per ben due anni a testimonianza della forza intellettuale di un popolo che non si arrese e non si lasciò piegare dai soprusi e dalle angherie di chi non ha mai mostrato umanità nei loro confronti. Alla fine della guerra molte di quelle pagine, 700-800 circa, furono salvate e successivamente raccolte in un volume intitolato “We are children just the same” pubblicato nel 2012.

 

Ghetto di Terezin e Shoah: farfalla gialla simbolo dell’olocausto

Cimitero situato di fronte al ghetto di Terezin, Repubblica ceca – Foto diritto d’autore: dziurek© 123RF.com – ID Immagine: 145096183 con licenza d’uso.

 

Ulteriore testimonianza della vita nel ghetto di Terezin sono i disegni realizzati dai bambini, piccole opere che raccontano lo sconforto nel dover vivere una realtà così dura e spregevole oppure la speranza di poter finalmente volare via liberi, lontani da quei luoghi di sofferenza, proprio come la farfalla gialla che oltrepassa il filo spinato, librandosi nell’infinito cielo azzurro.
Buona parte di quelle opere fanno oggi parte della memoria di quegli orribili anni grazie al contributo dell’artista austriaca Friedl Dicker-Brandeis che durante la deportazione si assunse l’incarico di istruire i piccoli del ghetto.

 

L’insegante non si limitò ad osservare i suoi piccoli alunni ma ne catalogò le opere riportando su ognuna di esse il nome e la data; infine custodì in alcune valigie quei preziosi disegni, molti dei quali rappresentavano un vero e proprio sfogo emotivo per quei piccoli così spaventati ed impauriti, strappati a forza dalle loro vite e rinchiusi nei lager.
Circa 4mila di quei disegni sono oggi custoditi al primo piano della Sinagoga Pinkas, edificio divenuto parte integrante del Museo ebraico di Praga, un monumento con il quale vengono commemorate le vittime ebree ceche della Shoah.

 

 

Il campo di concentramento di Theresienstadt, diventato il ghetto di Terezin nel novembre del 1941, fu chiuso nel maggio del 1945, tutti i prigionieri furono pian piano deportati nei campi di sterminio, in particolar modo ad Auschwitz e Birkenau, molti vennero uccisi, in pochi riuscirono a sopravvivere.
Secondo i dati forniti dall’United States Holocaust Memorial Museum, circa il 90% dei bambini che vissero nel ghetto di Terezin morì nei campi di sterminio, oltre 13mila le piccole anime vittime dell’odio e della perfidia dell’uomo.

 

Ricordare tutto questo è doloroso? Sì!
È doveroso farlo? Sì!

Lo dobbiamo a questi bambini e alle migliaia di vittime dell’Olocausto e della Shoah. Per non dimenticare, perché non accada ancora.

“La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perché le cose che si dimenticano possono ritornare. È il testamento che ci ha lasciato Primo Levi”. (cit. Mario Rigoni Stern)



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