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Attenzione: Pasta, Formaggi e Altri Cibi Senza Più Data di Scadenza, è Allarme

Via la data di scadenza sui cibi. E ora?

Alessandra Albanese

di Alessandra Albanese

21 Maggio 2014

Alla prossima riunione del Consiglio dell’Agricoltura dell’Unione Europea si discuterà di una proposta che da sempre divide l’opinione pubblica.

L’idea, avanzata da Olanda e Svezia, è quella di chiedere l’eliminazione su prodotti a lunga conservazione quali pasta, caffè, formaggi stagionati e altro, della dicitura “Da Consumarsi preferibilmente entro” (TMC)

A sostegno di questa proposta si sono schierati anche altri paesi quali con il sostegno di Austria, Germania, Danimarca e Lussemburgo, favorevoli alla proposta.

In Italia invece Coldiretti l’ ha accolta in modo polemico, giustificandosi sostenendo che i paesi propositori tentano di livellare al basso la qualità dei prodotti.

L’associazione infatti è da sempre in campo per la difesa del Made in Italy rispetto alle omologazioni che vorrebbero molti paesi comunitari, a scapito della evidente superiorità qualitativa dei prodotti agricoli del nostro paese).

Perché l’UE vuole questo?

TMC significa Termine Minimo di Conservazione, ovvero un termine entro il quale un prodotto alimentare mantiene inalterate le caratteristiche organolettiche quali sapore, odore fragranza ecc.

Ben diversa è la questione della scadenza dei prodotti freschi, entro la quale il prodotto (come latte o uova) comincia a deteriorarsi.

La differenza di quel “preferibilmente” divide un abisso: i prodotti con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” in effetti non hanno data di scadenza come succede ai freschi, ma un termine minimo di conservazione: sono le aziende produttrici stesse a stabilire entro quando un prodotto viene considerato integro (non scaduto si badi).

Passato tale termine il prodotto in teoria, e adesso, se fosse accolta la proposta dall’UE in pratica,  potrebbe essere tranquillamente consumato senza rischi per la salute.

Solo che più ci si allontana dal TMC, meno saporito e gustoso è.

Coldiretti fa un esempio: lo yogurt ha una data di scadenza di circa un mese; passata tale data l’alimento non nuoce alla salute, ma neanche il contrario: riducendosi il numero di microrganismi vivi potrebbe non avere l’effetto qualitativo sperato sull’organismo.

L’Europa, con tale proposta, vorrebbe ridurre gli sprechi alimentari, che nel continente hanno raggiunto una quota record di 89 milioni di tonnellate di cibo finito in spazzatura, uno scempio.

Quanto cibo in effetti, magari ancora in confezioni chiuse, finisce nel bidone solo perché scaduto?

Secondo Coldiretti (indagine Coldiretti/Ixe) però “con la crisi si è registrata una storica inversione di tendenza e quasi tre italiani su quattro (73 per cento) hanno tagliato gli sprechi a tavola nel 2013. La tendenza al contenimento degli sprechi – precisa la Coldiretti – è forse l’unico aspetto positivo della crisi in una situazione in cui ogni persona in Italia ha comunque buttato nel bidone della spazzatura ben 76 chili di prodotti alimentari durante l’anno. Complice la crisi economica già oggi appena il 36% degli italiani dichiara di attenersi rigorosamente alla data di scadenza dei prodotti riservandosi di valutare personalmente la qualità dei prodotti scaduti prima di buttarli, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Gfk Eurisko dalle quali si evidenza peraltro che solo il 54% degli italiani controlla quotidianamente il frigorifero e il 65% controlla almeno una volta al mese la dispensa” (Fonte Coldiretti)

Certo, l’eliminazione della data di scadenza potrebbe voler dire mangiare cibo prodotto non si sa quando, il TMC d’altronde è stato introdotto proprio per far fronte a questo e per tutelare il consumatore.

Ma troppo spesso prodotti alimentari non consumati ma ancora edibili finiscono nel bidone dell’immondizia.

Si potrebbe cominciare forse, prima ancora di aspettare la legge europea, dal fare una spesa oculata, dall’evitare gli sprechi, dal preferire il contadino sotto casa alla grande distribuzione.

Cose che come testimonia anche l’associazione agricola, gli italiani stanno pian piano abituandosi a fare.

 

Fonte: L’Espresso

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