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Allattamento: allattare con latte materno o con latte artificiale

di Dott.ssa Licia Falduzzi

13 Maggio 2011

Al momento del parto (o da lì a qualche mese) le mamme si dividono in due grandi gruppi: le mamme che allattano al seno e le mamme che allattano al biberon.

Già durante la gravidanza molte mamme sanno a quale gruppo vorranno appartenere, alcune scopriranno dopo a quale invece dovranno appartenere (per necessità, opportunità etc.).

Ma da cosa è dettata questa scelta? E si può parlare di scelta?

Ogni giorno i media riportano notizie sui benefici, anche a lungo termine, del latte materno. Le ricerche pullulano, le deduzioni pure:

i bambini allattati al seno sono più intelligenti di quelli nutriti con il latte artificiale (ma solo se maschi!), sono meno ansiosi, hanno un sistema immunitario più resistente, soffrono meno di asma, rischiano meno di diventare adulti obesi, rubano e mentono di meno.

Dei benefici dell’allattamento artificiale non si parla (forse perché non ce ne sono?) e questo indigna e fa arrabbiare le mamme che allattano con il biberon, i cui bambini sembrano segnati da un inevitabile triste destino.

Forse non tutti sanno che

un decreto del Ministero della Salute (22 febbraio 2005, n. 46) vieta ogni forma di pubblicità che riguarda i prodotti sostitutivi del latte materno (e quindi i latti artificiali). In nessuna rivista scientifica o pubblicazione specializzata in puericultura, nei convegni, negli stand, negli studi medici, nei punti vendita, in materiali informativi e didattici troverete mai la pubblicità di un latte artificiale. Lo stesso decreto, inoltre, “impone” alle Regioni la promozione e il sostegno della pratica dell’allattamento al seno mediante azioni volte, ad esempio, a diffondere adeguate informazioni sui benefici dell’allattamento materno o a contrastare ogni forma di pubblicità occulta e di comportamenti ostativi alla pratica dello stesso.

Se quindi poco si parla dei latti artificiali e tanto del latte materno c’è anche un motivo ed un obbligo di tipo normativo che si tramuta in un obbligo morale per le mamme. Sia per coloro che hanno deciso di allattare al seno sia per coloro che hanno scelto l’allattamento al biberon. E questa pressione morale, secondo me, produce effetti su entrambe ed in un certo senso impone una direzione alla scelta optata dalla mamma.

Detto questo, vorrei che la mia empatia (nel senso proprio del termine, cioè “mettersi nei panni degli altri”) nei confronti delle mamme che allattano al biberon fosse ben evidenziata. Non perché io appartenga a questo gruppo – ho allattato il mio primogenito per 16 mesi e dopo 13 sto ancora allattando la mia secondogenita – ma perché capisco il dolore, l’amarezza ed anche il risentimento di fronte a quello che molte definiscono un bombardamento mediatico sui benefici del latte materno; capisco i sensi di colpa che le ricerche su di esso possono creare; capisco perfino la rabbia nei confronti delle mamme che hanno avuto la possibilità, la fortuna, ma io direi anche la forza e la volontà, di allattare al seno.

Tutte le ricerche esaltano le qualità (nutrizionali e non solo) del latte materno e le mamme che allattano al seno non possono che provare un moto di orgoglio di fronte a queste scoperte. Tutti gli sforzi, le rinunce ed anche i dolori vengono ripagati dalla consapevolezza di stare facendo il meglio per il proprio bambino.

Ma la vita della mamma che allatta è tutta rose e fiori?

Nell’Ottocento, nei ceti più alti, allattare al seno era disdicevole. Significa che era sconveniente, indecoroso, indecente. Un po’ come succede anche oggi quando, in nome del pudore e della decenza, una donna che allatta può venire sbattuta fuori dalla hall di un albergo o dalla sala di un museo. Nell’Ottocento si ovviava a questa “sconvenienza” affidando il neonato alle balie, donne contadine che avevano partorito da poco o che erano prossime al parto e che dividevano il loro latte tra il loro bambino e quello di una ricca signora aristocratica. Allora le donne non allattavano anche nella convinzione che l’allattamento potesse rovinar loro il seno (e la storia si ripete oggi) o che durante l’allattamento non fosse possibile avere rapporti sessuali.

Oggi, la mamma che vuol allattare al seno rischia anche la censura o lo sguardo risentito, condito da un indignato giudizio, di chi si sente offeso dal vedere il viso di un bambino attaccato al seno della sua mamma. Sì, perché oggi per molti allattare in pubblico è disdicevole. Non vietato, per fortuna, come lo è nelle assurde leggi dell’Ohio o di Washington, ma indecente sì. E quale può essere la conseguenza di tutto ciò? Che se una donna vuole allattare al seno deve farlo segregata a casa o, se fuori, in un angolo e di spalle. Ogni mamma che ha avuto un bambino sa che quando un neonato piange per fame non c’è nulla che possa placare le sue urla se non il latte. Alla mamma che allatta al seno viene anche insegnato che è bene farlo seguendo i ritmi del neonato, ritmi che sono senza tempo, senza orari, dettati esclusivamente dai suoi bisogni. Alla mamma che allatta al seno, una mamma che è anche una donna che gestisce una famiglia, che deve andare al supermercato a fare la spesa o alla posta a pagare la bolletta, una mamma che nelle belle giornate ama passeggiare con il suo bambino facendogli godere il tepore ed i profumi della primavera, una mamma che lavora anche e che deve muoversi tra un cliente e un altro, una mamma che vuole vivere al sua vita, ebbene a questa mamma può venir impedito di fermarsi in un qualsiasi luogo e far placare i pianti disperati del suo bambino affamato attaccandolo al seno. Nessuno invece impedirà ad una mamma di attaccare al biberon il suo bambino.

Le mamme che allattano al biberon sentono spesso puntare su di loro un dito inquisitorio che ha tutta l’aria del “non sei una buona madre”. Le mamme che allattano al seno sentono su di loro lo sguardo vergognato di chi le addita come esibizioniste, menefreghiste delle più elementari norme del pudore. Le mamme che allattano al biberon vengono criticate per non aver dato il loro latte al loro bambino, le mamme che allattano al seno vengono criticate quando allattano per troppo tempo.

Il senso di oppressione che le ricerche sui benefici del latte materno possono suscitare nelle mamme che allattano al biberon è lo stesso che può colpire le mamme che allattano al seno. Perché se la prima può sentirsi in colpa per non aver nutrito il suo bambino con il suo latte, la seconda ha dovuto rinunciare a tante opportunità ed ha dovuto anche sacrificare se stessa per poter (o dover?) nutrire con il suo latte.

Vogliamo parlare delle dolorosissime ragadi o delle ridottissime ore di sonno propri dell’allattamento al seno? Vogliamo anche parlare del tipo di abiti che le mamme sono costrette ad indossare per non impedire tecnicamente l’allattamento? Vogliamo anche parlare della necessità di rinunciare ad un lavoro pur di allattare al seno? Non è un caso che il boom dell’allattamento artificiale si sia avuto quando le donne hanno cominciato a poter lavorare nelle fabbriche e negli uffici.

No, la vita di una mamma che allatta non è facile. Certo, la gratificazione che dà il contatto intimo con il proprio bambino non ha eguali, l’orgoglio nel vederlo crescere grazie al proprio latte è imparagonabile. L’intima convinzione di star dando il meglio al proprio bambino ripaga di tutti i limiti e le restrizioni. Ma se nei primi mesi di vita il bambino ha bisogno, per crescere bene, dello stretto contatto con la sua mamma, questo è possibile anche con un allattamento al biberon, usando questo come se fosse un sostituto del seno, quasi come se fosse un prolungamento di se stesse. Dare il biberon al proprio bambino, con quella partecipazione, quel calore, quel trasporto, quel contatto di cui ha bisogno equivale ad offrirgli il nostro seno.

Forse l’importante sarebbe non delegare ad altri le poppate con il biberon, così come non è possibile delegare ad altri le poppate con il seno. Ma questa è una mia personalissima opinione.

 

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