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Quando diventare mamma: trent anni, giovani e senza figli

di Dott. Giuliano Gaglione

23 Maggio 2011

Il calo della natalità in Italia è un “fatto”, un dato inequivocabile che interessa la struttura familiare e l’intero assetto sociale. Dipende da ragioni di ordine economico, innanzitutto è diretta conseguenza della crisi lavorativa e del precariato. Ma si intreccia anche con una mutata considerazione della vita, con una “moderna” maturazione delle aspirazioni personali, tale da porre l’affermazione socio – economica come prioritaria rispetto alla genitorialità.

Oggi i trentenni si sentono pronti per il lavoro i viaggi, la conoscenza e le relazioni impegnative, ma spostano in avanti la decisione di mettere al mondo un figlio. Del resto i media pubblicizzano gravidanze avanzate, raggiunte felicemente da primipare attempate, anche assai attempate. Non che ciò non sia possibile, ma, diversamente da ciò che appare, si diviene mamme tardi, molto oltre i quarant’anni, sovente grazie a cure mediche, impegnative, costose e non sempre immediatamente efficaci.

A ciò si sommi che quella moderna è una vita stressante, piena ed a volte satura. I genitori fanno molti sacrifici per “organizzare” la vita familiare in modo tale da donare ai figli un ambiente sereno.

Un trentenne che ancora non abbia avuto l’opportunità, il coraggio o la fortuna di fare il “salto” più importante della vita: quello da figlio a genitore, come guarda alla istituzione familiare? Come fotografa la genitorialità altrui?

 

Lo psicologo di Vita da Mamma, il Dottor Giuliano Gaglione, ci propone un dialogo tra trentenni single incentrato sull’importanza che a questa età i “giovani” senza figli attribuiscono alla genitorialità

Ecco cosa scrive il nostro esperto psigologo:

L’articolo che proporrò è caratterizzato da uno stile assolutamente particolare, diretto, incisivo, a volte forte, ma che rappresenta concretamente il pensiero di due trentenni single nei riguardi delle genitorialità nei suoi aspetti più intimi ed essenziali.

Il dialogo che descriverò è accaduto realmente tra due persone a cui attribuirò due nomi fittizi: Giacomo e Veronica, due amici di vecchia data che si incontrano nella tarda mattinata di una domenica nuvolosa  e decidono di raggiungere un Centro Commerciale per dedicare un po’ di tempo a se stessi, per far sì che per un paio d’ore l’oggetto dei propri pensieri non siano gli impegni e il lavoro arretrato, ma la libertà di girare e svagarsi come meglio credono, affogando le preoccupazioni… nelle crepes! La tentazione è forte ed i due si abbandonano ai piaceri del cibo  ordinando le crepes più farcite possibile e, dopo essersi seduti per assaporare la loro tanta bramata leccornia, iniziano ad osservare la gente che passa intorno.

Guardano entrambi quante famiglie con il proprio adorabile patrimonio di piccole pesti passeggiano per il Centro Commerciale e si soffermano su quanto per loro sia faticoso gestire i loro figlioli.

Tant’è che dopo che una madre ha esclamato al proprio bambino la seguente frase: “Mi hai fatto diventare questa passeggiata un vero stress!”, Veronica ha fissato Giacomo con occhi leggermente sgranati e un po’ delusi, osservando: “Una madre dovrebbe sapere che un figlio piccolo non le crea sempre una vita facile, se è per lei una fonte di stress, perché l’ha messo al mondo?”.

Giacomo: Può capitare che ogni tanto una madre si lamenti del carattere del proprio figlio! Il problema insorge nel momento in cui ella lo rimprovera sempre e lo consideri il colpevole del suo “esaurimento nervoso”; solo in questo caso bisognerebbe domandarsi se sia giusto o meno avere un bambino quando le risorse fisiche e mentali dei genitori non siano proprio al top. E’importante elaborare a lungo l’idea di avere un figlio perché se lo si mette al mondo quando si è molto giovani ed impreparati, può capitare che l’insicurezza possa ripercuotersi sul bambino.

Veronica: Tuttavia le donne di oggi sono cambiate rispetto al passato, adesso c’è chi vuole diventare una manager o chi intende metter su famiglia sin da giovane, fatto sta che se una donna lavoratrice si sposa e allarga il suo nucleo familiare, non può più effettuare lavori che rischino di compromettere  un disequilibrio relazionale con i figli e il marito.

Io pensocontinua Veronica che non siano gli uomini a discriminare le donne lavoratrici, ma siano le donne stesse a indurre tale evento: esse infatti rinunciano ad eventuali promozioni lavorative che richiederebbero un numero maggiore di ore di lavoro, per potersi dedicare alla famiglia; tuttavia, non sempre tollerano che i loro partners, pur essendo anch’essi genitori e pur aiutando in casa, desiderano e spesso riescono a scalare il successo lavorativo. In conclusione sono esse stesse che, a causa delle loro scelte, si precludono la possibilità di ottenere risultati più soddisfacenti nell’ambito del proprio impiego.

La gestualità, il tono della voce e lo sguardo di Veronica mostrano quanto per lei sia importante questo argomento; reputo che Veronica ci abbia riflettuto a lungo e abbia attraversato fasi della sua vita non semplici in cui ha dovuto compiere delle scelte, degli aut-aut.

Io reputo che ella desideri tanto diventare mamma e creare una famiglia, ma ha bisogno di tempo, tempo utile per riflettere e guardarsi dentro, che le permetta di raggiungere una realizzazione totale.

L’argomento proposto dai due giovani è assolutamente all’ordine del giorno: quando bisogna mettere al mondo i figli? Ogni opinione è degna di essere accettata, anche se non sempre può essere condivisibile.

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Il nostro esperto ha svelato una sfaccettatura della “emancipazione” femminile ancora “tagliente”. È vero che associare il ruolo di madri a quello di donne in carriera è oggi più complesso che mai. E le difficoltà dipendono anche e soprattutto dalla moderna struttura familiare: mamma e papà sempre più spesso sono “soli”, lontani dai parenti e privi di una rete di sostegno che li aiuti a gestire la quotidianità come gli imprevisti.

Le donne rinunciano a qualche cosa? Si, certamente. Veronica ha ragione! Le donne divenendo madri sovente rinunciano alla carriera. Quante di noi hanno riposto sudate lauree nel cassetto? Quante hanno ridimensionato i sogni di gloria?

Ciò che Veronica non potrà capire mai, almeno non sino a quando non divenga a sua volta mamma, è quanto una donna che generi felicemente un figlio guadagni in animo e cuore dando la vita, assolvendo cioè al suo naturale compito di generatrice.

L’ansia di affermazione, la smania d’essere e possedere che ammala la società moderna è forse una delle cause della depressione post parto? Accade a molte donne di arrivare al figlio inconsapevoli dei sacrifici? Veronica giudica la mamma che induce il bimbo a “rivedere” il suo comportamento, lo fa per giustificare se stessa?

Ed in ultima analisi una donna che “invidi” il prestigio lavorativo del marito, come ipotizza  Veronica, è secondo voi una compagna innamorata?

Veronica incarna la donna moderna in tensione tra una affermazione lavorativa che non riesce ad ottenere – anche a causa dei tempi bui – e un’ansia di maternità che vorrebbe soddisfare ma a cui non è pronta?

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