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Scuola: negato l’ingresso a ragazzi in calzoni corti, intervento della polizia

Federica Federico

di Federica Federico

26 Maggio 2011

Una circolare emanata dalla presidenza di un istituto scolastico per invitare gli studenti a vestirsi con abiti “decenti”. Può bastare un tale atto “amministrativo” o “regolamentare”, che dir si voglia, a lasciare una trentina di allievi fuori dalla scuola?

È accaduto presso l’istituto tecnico Nautico di Trieste: i ragazzi erano in pantaloncini, del resto fa caldo, dovevano sostenere una prova pre-esame ma il bidello, rispondendo ad un ordine della presidenza ha sbarrato loro la strada. L’eccezione mossa ai ragazzi è stata la seguente: in calzoncini non si entra a scuola perché i pantaloncini rappresenterebbero un abbigliamento inidoneo, da spiaggia e non da scuola.

I giovani hanno chiesto l’aiuto delle forze dell’ordine, reclamando il loro diritto allo studio e forse anche il diritto a sentire caldo.

Allertata la Questura e l’Ufficio scolastico, gli agenti di polizia sono intervenuti prontamente. Le forze dell’ordine hanno mediato con la presidenza ed ai giovani è stato “permesso” l’ingresso.

 

Questione di cervello o di pantaloncini? Certamente la decenza, intesa come rispetto degli altri e di se stessi, va inculcata ai giovani , è una tappa dell’educazione che deve partire sin dall’infanzia e deve coinvolgere famiglia ed istituzioni. In un certo senso l’educazione al buon gusto dovrebbe interessare la società tutta e gli stessi media dovrebbero farsene maggiormente carico.

Tuttavia decenza dovrebbe significare uso discreto del corpo, il buon gusto dovrebbe coincidere con un abbigliamento rispettoso della propria essenza e non provocatorio. Intendo dire che i ragazzi, soprattutto in certe delicate fasi della vita, andrebbero “istruiti” a non usare il corpo come strumento per apparire, stupire o provocare, ma come mezzo per presentare se stessi nel mondo. La scuola, in questo senso, fa bene a fermare gli eccessi.

Gli adulti, però, devono, conoscere ciò che vietano, devono evitare di imporre dei comportamenti che i giovani recepiscano solo come limiti, come “inutili” regole. Perciò, forse, più che sanzionare qualunque espressione di gioventù, freschezza e spensieratezza, i ragazzi, si da piccoli, andrebbero educati a vestirsi in modo tale da rappresentare se stessi, non usando il corpo, ma presentandolo come manifestazione delle loro aspirazioni e  desideri, riempiendolo, dunque di contenuti emotivi ed emozionali.

Diciamo pure che nulla di male c’è in un pantaloncino, mentre è certamente sbagliato imporre divieti assoluti che non si confrontino con la modernità dei ragazzi, con il loro mondo e con la loro forza espressiva.

I latini dicevano: ubi maior minor cessat. Sarà questo il caso? Dovremmo forse noi adulti ridisegnare un ordine di priorità educative e rapportarci con più rispetto verso i giovani. Si perché il ragazzo, per quanto immaturo, pivello e poco conscio della vita rispetto a noi, è una persona che sta sviluppando la sua essenza ed i suoi ideali. In realtà l’individuo è tale sin da bambino, sin dall’infanzia. L’educazione, la regola ed il suo preteso rispetto vanno temperate sulla individualità.

È  un bene  che i giovani di Trieste oggi abbiano dimostrato di “difendere” la loro prova pre-esame ed è un bene che non siano stati fermati da un pantaloncino corto. Allo stesso tempo è corretto che scuola e famiglia cooperino per crescere ragazzi con un giusto senso della misura, quindi, se una scollatura a V caduta a picco su un giovane seno o un pantalone a vita bassissima con slip in vista sono, senza dubbio, eccessi da evitare, è una forzatura, ugualmente dannosa, imporre una regola generica e stringente che impedisca persino di scoprire una gamba quando fa caldo.

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