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Mamma di Castelfranco dimentica la figlia in auto: non giudicare

Quello che è accaduto alla mamma di Castelfranco è drammaticamente questo: un blackout mentale che le ha impedito di ricordare della sua creatura era in auto

Federica Federico

di Federica Federico

12 Giugno 2017

Chi ha  giudicato la mamma di Castelfranco ha perso il cuore, l’umanità e il raziocinio, lo dico da madre e con l’anima in pena.

 

Risulta da più fonti stampa: i genitori della bambina morta per ipertermia, sola e dimenticata nell’auto della mamma di Castelfranco, Arezzo, hanno dovuto chiudere i loro profili social. Le pagine personali di questa mamma e  questo papà sono state pubblicamente linciate, raggiunte da insulti, critiche e sentenze senza appello.

Contro la mamma di Castelfranco gli utenti della rete hanno liberato giudizi pesanti come macigni, è accaduto anche sulla pagina web di Vita da Mamma.

mamma di Castelfranco bimba morta

Le parole sono armi tal volta capaci di sconvolgere profondamente l’animo umano. E, che ciò si voglia o meno considerare, le anime dei genitori della bimba morta per ipertemia in provincia di Arezzo sono già affrante da un dolore e da una pena che nessuno può nemmeno immaginare.

Perché è disumano giudicare una madre che dimentica il figlio in auto o un papà che fa lo stesso?

Il blackout che colpisce il genitore che dimentica il figlio in auto ha una spiegazione scientifica e di per sé capace di dimostrare che nessuno di noi, nemmeno il genitore più attento ed amorevole, è totalmente libero da questo rischio. 

 

Il cervello umano è governato da un doppio sistema di azioni e reazioni: gli automatismi e la mente cosciente che presidia tutte le azioni e i pensieri.

Gli automatismi sono quei gesti che l’essere umano compie in automatico ovvero senza la necessità costante di un controllo razionale (guidare in condizioni di quiete e serenità è, per esempio, un tipico automatismo, ovviamente diventa tale una volta acquisiti tutti i comportamenti e le azioni connessi all’atto di condurre il mezzo).

 

In condizioni di particolare stress fisico ed emotivo; se e quando qualche cosa (anche una minima cosa) rompe lo schema ordinato della vita; in un contesto di responsabilità isolata e unica del soggetto agente è possibile che la mente cosciente perda il controllo sugli automatismi e che i sistemi di sicurezza falliscano ingenerando dimenticanze anche fatali.

Quello che è accaduto alla mamma di Castelfranco è drammaticamente questo.

I bimbi dimenticati un’autovettura hanno sempre delle cose in comune:

  • sono quasi tutti bambini piccolissimi,
  • quasi sempre dormivano durante il trasporto in auto
  • ed erano collocati nell’apposito sediolino allocato sul sedile posteriore della macchina,
  • frequentemente sono stati dimenticati di prima mattina
  • e sempre i genitori responsabili dell’abbandono hanno, dopo averli intrappolati in auto, condotto una giornata del tutto normale, almeno sino ad un evento “scatenante” ovvero sino ad un accadimento che li ha riportati alla realtà ricordando loro di non aver compiuto un’azione: affidare il piccolo a chi doveva averne cura. 

L’evento che scatena il ricordo può essere una telefonata, una foto, un oggetto, una frase detta da un collega, eccetera.

Qualche tempo fa Vita da Mamma ha raccontato la storia della veterana di guerra Lyn Balfour, lei è stata la mamma di Bryce, lo ha partorito, cresciuto per 9 mesi e poi ha dimenticato la sua creatura in macchina. Per lei l’evento scatenante fu una telefonata della tata.

La mente può andare in cortocircuito per innumerevoli ragioni: un cambio di programma inatteso, una telefonata che distragga il genitore, l’uso di una macchina diversa da quella che si adopera di solito o la percorrenza di una strada non comune.

 

E’ da pelle d’oca ma dimenticare il bambino rientra tra le dimenticanze possibili per blackout mentale, per cui se dimenticate il caffè sul fuoco, se dimenticate dove avete parcheggiato l’auto, a che ora finisce il corso di danza, eccetera, potreste persino dimenticare un neonato. Ciò perché la dimenticanza in sè non dipende dall’amore né dalla capacità di cura ma dalla pressione emotiva che un neo genitore o un genitore bis, tris o più che tris subisce nella vita quotidiana.

 

I giudizi espressi con assoluta veemenza contro la mamma di Castelfranco sono pericolosissimi per un motivo molto semplice: rappresentano un rischioso negazionismo.

Mai dire: “A me non accadrà mai!“, tutte le mamme dovrebbero rendersi consapevoli del rischio di cedere mentalmente e sulla scorta di questa consapevolezza dovrebbero prendere delle precauzioni.

 

I blackout mentali sono possibili ma è altrettanto possibile rompere le circostanze in cui si verificano:

  • montare uno specchietto retrovisore che consenta di vedere il bambino sul sedile posteriore.

Uno specchietto come QUESTO, è un presidio meccanico che massimizza l’attenzione del genitore sul bambino e aumenta la possibilità che guardare sul sediolino di dietro divenga un automatismo anche nel momento in cui si sta arrestando e lasciando la vettura.

  • Mettere la borsa, la borsa da lavoro o il cellulare accanto al bambino.
  • Pattuire una telefonata col coniuge da fare dopo aver lasciato il bimbo al nido, dalla tata o dai nonni.

 

La telefonata non è un atto di sfiducia tra i coniugi ma un sistema di collaborazione tra mamme e papà che condividono la stessa responsabilità del bambino e il medesimo peso emotivo di alcuni periodi di stress.

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