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Bambino: giocare con i coetanei, la pedagogista

di Dott.ssa Rita Moré

06 Luglio 2010

Un bambino deve poter vivere con i suoi coetanei ma, benché egli sia in grado di farlo molto presto, accade di frequente che quest’esperienza arrivi solo con l’ingresso nella scuola. Per comprenderne l’importanza proviamo a guardare più da vicino come si sviluppa nel bambino la capacità di relazionarsi ai suoi coetanei.

Già a 10-12 mesi i bambini cominciano a giocare tra loro, imitano l’uno le azioni dell’altro e si sorridono reciprocamente, anche se a quest’età il bambino non può dirsi veramente interessato ai suoi coetanei e per lui nel gioco conta molto di più un giocattolo.

Tra i 12 mesi e i 2 anni la socializzazione dei bambini progredisce di molto. Essi giocano scambiandosi con sempre maggiore frequenza sguardi, giocattoli e saluti e, benché fino ai 3 anni sia difficile che il gioco venga svolto attivamente in comune, è certamente un’esperienza importante per un bambino di quest’età capire come i coetanei rispondono. Perciò più spazio diamo alle interazioni sociali del bambino più lo aiutiamo a crescere.

Verso la metà dei 3 anni tra coetanei c’è maggiore cooperazione ed è facile notare che due o più bambini prendono parte ad una stessa attività. Da questo momento in poi i bambini trascorrono in stretto contatto sempre più tempo ma, contemporaneamente, crescono anche le occasioni di conflitto. Non è un caso che proprio tra i 3 e i 4 anni l’aggressività aumenta al punto da raggiungere il suo picco.

A 3- 4 anni i bambini si imitano tra loro e, quel che è più interessante, cominciano ad avere amici del cuore. Farsi degli amici per un bambino è importante e aiuta lo sviluppo della sua emotività. E’ in questo periodo che muta il rapporto tra tempo trascorso con gli altri bambini e tempo trascorso con gli adulti.

La relazione tra coetanei si sviluppa ulteriormente nel periodo della scuola elementare, quando gli amici aumentano di numero e si costituiscono i primi gruppi che, accanto alla instabilità, hanno la particolarità di comprendere tutti soggetti dello stesso sesso. Il bambino sta apprendendo il proprio ruolo sessuale, di qui la maggiore attenzione agli individui dello stesso sesso.

Con l’adolescenza le relazioni si affinano e sono principalmente dettate dalla comunanza di ambiente o di interessi, perciò i gruppi tendono ad essere più esclusivi. Ma la novità è certamente l’apertura dei gruppi a soggetti dell’altro sesso. A voler essere precisi, nell’adolescenza ogni soggetto è capace di intessere più relazioni. Così, all’interno di una  numerosa compagnia di adolescenti può rinsaldarsi un gruppo più ristretto con un forte legame reciproco e in questo vi può essere poi una coppia fissa di amici. E non è tutto qui. L’evoluzione nelle relazioni riguarda anche il rispetto delle norme all’interno del gruppo. L’adolescente abbandona la rigidità di sempre ed è più flessibile nell’osservarle o vederle osservate. In ogni caso lo sviluppo delle capacità di relazione di un individuo rimanda alla solidità dei primissimi legami che si stabiliscono nell’infanzia. Sono, infatti, di fondamentale importanza le prime esperienze di attaccamento ed è stato dimostrato che il bambino che sviluppa un attaccamento stabile con le figure parentali è in grado di stabilire con facilità, in età prescolare,  rapporti con i coetanei

Sin qui lo sviluppo delle capacità di relazione, ma quale ne è l’importanza?

Stando con i coetanei il bambino trova l’iniziativa per emanciparsi dai genitori e per sottrarsi al rapporto obbligato con i fratelli. Con i coetanei il bambino può assumere con maggiore facilità ruoli differenti da quelli che è solito vivere dentro casa e avere rapporti affettivi fondati su basi diverse da quelle su cui si fondano gli affetti familiari.

Così, se nell’ambito della famiglia un bambino si sente schiacciato dalla presenza preponderante del fratello maggiore, con un coetaneo sente di essere alla pari e il rapporto gli restituisce quell’autonomia messa in dubbio dal rapporto con il fratello. E se un bambino non gode di attenzioni da parte di genitori negligenti o troppo indaffarati certamente in un coetaneo può trovare solidarietà e comunanza di interessi e di iniziative.

La presenza di coetanei, inoltre, gli dà l’opportunità di divertirsi e di condividere esperienze. Nell’ambito di un gruppo bambini e ragazzi si abituano al controllo autonomo della realtà, imparano a responsabilizzarsi, a difendersi, ad accettare regole morali e di comportamento funzionali alla vita del gruppo. Vivere con i coetanei emancipa dalla dipendenza dagli adulti, così, se verso i 2-3 anni i bambini ancora ne ricercano la vicinanza, già tra i 4-5 anni incominciano ad organizzare i loro giochi con i coetanei e i consigli dei genitori non hanno più valore assoluto, anzi vengono passati al vaglio dell’opinione degli amici e dei risultati delle esperienze fatte in comune.

A partire poi dalla fanciullezza fino alla pubertà e all’adolescenza il gruppo dei coetanei assume un ruolo sempre più rilevante, ma all’adulto resta sempre il compito di sorvegliare e in nessun caso egli deve rinunciare al suo ruolo di consigliere e di guida pur prestando attenzione, quando interviene, alla sensibilità personale dell’adolescente e ai rapporti da questi instaurati con il gruppo di coetanei. L’adulto deve saper che ogni soggetto, all’interno del gruppo, ha un ruolo che lo caratterizza agli occhi dei compagni e gli dà un’identità ai propri, benché le dinamiche che portano alla definizione di questo ruolo varino da soggetto a soggetto e richiamino esperienze pregresse o anche episodi occasionali. Facciamo l’esempio di un gruppo di ragazzi al cui interno si crea il cosiddetto capro espiatorio. Sappiamo che quando la coesione di un gruppo è messa in pericolo, per evitarne lo smembramento un elemento del gruppo viene caricato di valenze negative, gli si attribuiscono difetti e colpe e il gruppo scarica su di lui le tensioni interne. Così il capro espiatorio catalizza l’aggressività del gruppo che, in questo modo, esorcizza la propria paura e si mantiene coeso. L’adolescente non ha coscienza di queste ragioni, ma ciò non gli impedisce di continuare ad agire nel gruppo. Se l’adulto vuole evitare che il gruppo da esperienza di crescita si trasformi per l’adolescente in pericolosa palestra di pregiudizi sociali e culturali deve mantenere con lui un dialogo aperto e costante, evitare biasimi o approvazioni inopportune, condividere per quanto possibile le esperienze maturate in modo da guidarlo gradualmente alla piena comprensione delle stesse.

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