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Perché sto così male

"Sto male e non capisco perchè" - Ricercare in rete la causa del proprio malessere fisico o psicologico

di Dott. Giuliano Gaglione

22 Agosto 2012

a ricerca nel web della propria patologia non è quasi mai proficua e rassicurantePerché sto così male?

Quante volte ve lo siete domandato, andando, poi, in giro per la rete a cercare la causa di questo o quel “sintomo”?

I malesseri fisici e in modo particolare quelli psicologici hanno ragioni profonde e necessitano spesso di un supporto professionale.

Nei sintomi presunti, ipotizzati o idealizzati non sempre si cela la chiave della vostra felicità.

Vita da Mamma ha chiesto ad dottor  Giuliano Gaglione di spiegarci per quale motivo la ricerca nel web della propria patologia non è quasi mai proficua e rassicurante!

  • Il parere dell’esperto:

malessere psicologico  curaIn letteratura esistono manuali sui disturbi mentali che elencano una moltitudine di psicopatologie, intese come la “summa” di un tot di sintomi, i quali se raggiungono un determinato numero, soddisfano una psicopatologia specifica.

Tali affezioni possono abbracciare la sfera nevrotica, quella psicotica, i disturbi di personalità e quant’altro, tuttavia non è questa la sede per descrivere dettagliatamente in cosa consistano tali disturbi poiché io credo che essi, e dunque l’insieme delle sintomatologie che le racchiudono, rappresentano nient’altro che una porta di ingresso, anzi, direi la chiave per poter accedere ad un vero e proprio mondo nel quale questi sintomi rappresentano solo la punta di un iceberg in cui vissuti e sofferenze  fungono da base.

Spesso si ascoltano persone che denunciano problematiche “da manuale”, spesso azzardano anche una classificazione del loro disturbo senza davvero conoscere approfonditamente tutte le sintomatologie, tuttavia, nel momento in cui si cerca di approfondire tali termini, come per magia si iniziano a raccontare determinate realtà che non abbracciano solo la sfera individuale, ma anche quella relazionale. Vi è chi è più restìo alla narrazione dei propri vissuti,  chi parte automaticamente “in quinta”, o addirittura chi si fionda a raccontare di se stesso prima ancora di presentarsi allo specialista,  fatto sta che nel momento in cui viene dato il “La”, allora tutta la nosografia psicopatologica lascia spazio a storie di vita interessanti ed a volte dolorose in cui vi è una tacita, ma a volte ben evidente, necessità di aiuto.

cure psichice Dunque ho ascoltato storie di chi si documentava scrupolosamente, anche su internet, per capire da quale “sindrome” o da quale “patologia” fosse affetto:

senza dubbio documentarsi non è qualcosa di errato perché significa che un individuo è realmente interessato e motivato a conoscere il suo stato di salute mentale.

Tuttavia non credo sia opportuno lasciarsi trasportare da una classificazione nosografica per due motivi: il primo perché credo sia contraddittorio classificare e quindi definire la mente umana che di per sé è intangibile, relativamente al secondo bisogna tener presente che non dobbiamo sottovalutare la questione secondo cui esistono determinate variabili quali tempo, luogo, modalità e quant’altro – in un’unica parola “il contesto”,  il quale non sempre dà carattere di definitezza ad una determinata patologia psichica.

            Ad esempio, se io affermo: “Mi chiamo Giuliano”, io sono e sarò Giuliano sempre e dovunque; se invece riferisco: “Sono depresso!”, bisogna analizzare determinate variabili contestuali relativi a tale affermazione, ovvero da e per quanto tempo, in quali luoghi, se ci sono persone che accentuano o affievoliscono questa condizione e così via.

            Pertanto bisogna prestare assoluta attenzione alla classificazioni psicopatologiche perché a volte possono etichettare un individuo e possono fungere da “passepartout” per evitare determinate situazioni, ad esempio possono esserci persone che rifiutano di entrare in ascensore perché sono claustrofobiche: in tale caso questa psicopatologia diviene il canale per evitare una situazione di cui si ha paura, impedendo all’individuo di poter fronteggiare la stessa.

Dunque, oltre all’aspetto nosografico, che indiscutibilmente funge da ottima guida per poter analizzare e studiare ogni singolo caso, è necessario aprire le porte ai vissuti, ai contesti e alle relazioni di chi esprime determinate sintomatologie in modo tale da poter ascoltare attivamente e magari immedesimarsi in quelle storie, affinché possa instaurarsi una relazione di cura finalizzata all’eventuale superamento di richieste di aiuto spesso sottese alle sintomatologie riferite.

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