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Genitori e figli: educazione, padri permissivi.

Federica Federico

di Federica Federico

23 Maggio 2010

Gli uomini e le donne non sono uguali, non lo sono affatto!
Non è un luogo comune che le donne siano più celebrali e gli uomini più pragmatici;  noi siamo testa e spirito, loro corpo ed azione.

Un uomo ed una donna, per quanto si vogliano bene e si cerchino, sono due entità distinte e separate, per alcuni versi sono addirittura opposti ed inconciliabili. E molte delle loro differenze si palesano proprio nella gestione dei figli.

L’educazione di un figlio deve procedere su tre canali distinti che necessariamente vanno mantenuti in equilibrio tra loro:

  1. il rapporto mamma – bambino;
  2. il rapporto papà – bambino;
  3. il rapporto genitori – bambino.

Mamma e papà devono avere una linea comune nell’educazione del figlio, altrimenti i piani si confondono. I piccoli percepiscono l’ esatta dimensione delle debolezze dei genitori e sanno approfittarsene spudoratamente.

Cosa succede quando i padri, anche per colmare delle fisiologiche distanze col figlio, cedono ai capricci del bambino?

Nei primi anni di vita la linea educativa è marcata per lo più dalla mamma, ciò avviene sia per il fatto che la donna è naturalmente ed istintivamente più vicina al piccolo, sia perché i papà spesso hanno lavori molto impegnativi che limitano il tempo spendibile per i bambini e la famiglia.
Talvolta i padri non si rendono conto che l’incontro con il figlio è altro dai giocattoli elargiti con troppa frequenza, le merendine concesse fuori orario e le partite ai videogiochi senza limiti di tempo.
Insomma questi papà manifestano l’affetto permettendo piccole o grandi violazione delle regole. E facendolo commettono un grande errore: alterano degli equilibri faticosamente stabiliti da noi mamme.
Far capire ai compagni che l’educazione del bambino passa attraverso l’imposizione di un sistema di regole è, a volte, veramente difficile.

Durante l’attesa di un figlio padre e madre sono sullo stesso piano: il bambino è per entrambi la propria continuazione ed il suggello dell’amore. Ma quando il bambino arriva e cresce l’educazione deve necessariamente passare attraverso un rapporto sia individuale con ciascun genitore che familiare, ovvero capace di coinvolgere mamma e papà in una relazione armoniosa e concorde con il figlio.
È questa triangolazione il banco di prova più difficile per la famiglia. Uomo e donna devono aver determinato e metabolizzato  la propria genitorialità e devono aver modulato su di essa un nuovo rapporto di coppia.

Molto spesso è qui che il dialogo si complica, si incrina e,  in casi di estrema conflittualità,  si arresta.


Quante di voi hanno optato per il silenzio dopo l’ennesima discussione per la merendina data in pasto al pupo alle 11:30 di domenica mattina? Risposta del marito al rimprovero: “Tu eri sotto la doccia e lui diceva di avere fame”.
Quante di voi hanno sentito di non avere più fiato in gola dopo l’ennesima promessa del giocattolo di turno in cambio del silenzio durante la partita?
Quante di voi hanno provato mille e mille volte a spiegare che non bisogna cedere; promettere continuamente una diversa ricompensa risolve un problema momentaneo ma determinerà una costante tendenza del bambino ai capricci?
Quante di voi si sentono troppo spesso incomprese ed arrivano al punto di non avere neanche voglia di parlare con il partner?

La sensibilità di alcune donne le porta istintivamente a chiudersi dinnanzi ad un comportamento maschile che offende o ferisce, per altre “la tattica del porcospino” diviene una possibile difesa quando l‘uomo non ha colto i segnali inutilmente lanciati o non ha voluto affrontare il malessere apertamente dichiarato dalla compagna. Ed, infine, anche la donna più aggressiva ed agguerrita può scegliere il silenzio come ultima difesa.
Insomma a qualunque donna sarà pur capitato di “mettersi in un angolo ad aspettare” una reazione.
Ma l’uomo è in grado di leggere nel rifugio del silenzio il segnale di un malessere della sua compagna?

In genere non è così profondo ed alla donna non resta che spiegare anche la sua reticenza a parlare. Così ci  ritroviamo a spiegare, per lo più agitatamente, il perché di un paio di giorni di “assenza di comunicazione”.

Come evitare i litigi estremi in una coppia e le sconvenienti fasi di blackout?

Sia ben chiaro è palese che ritrarsi può legittimamente innervosire il partner e non è la migliore risposta ai problemi.
La parola d’ordine è sempre una soltanto: dialogo.
Ma inutile raccontarsi favole, parlarsi in una coppia può essere più che difficile. Per cui ancor prima di farlo è necessario capire come dialogare “civilmente”.
Intanto impariamo tutti a discutere lontano dai bambini, capiscono ogni cosa e guai a coinvolgerli in qualunque modo nei “problemi di coppia”.
Non discutiamo sulla scia del nervosismo, sempre meglio calmarsi prima. La rabbia fa venire fuori il peggio di chiunque!
Non rinfacciamo nulla, niente può essere più deleterio che rivangare il passato. In una storia d’amore c’è sempre del vissuto amaro, tirarlo fuori nei momenti di nervosismo serve solo ad aumentare le distanze e la rabbia.

Insomma mammine non smettiamo mai di amare e parliamo d’amore e con amore ai nostri papà.

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