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C’è un Vulcano Sottomarino che Fa Paura: Potrebbe Generare un Enorme Maremoto

Il Marsili è attivo e potenzialmente pericoloso

Licia

di Mamma Licia

24 Febbraio 2014

Sfruttare l’energia geotermica che si sviluppa dal più grande vulcano d’Europa: il Marsili, il vulcano sottomarino che comincia a far paura.

È l’ambizioso obiettivo a cui punta il progetto della società Eurobuilding di Servigliano (Fermo), specializzata in ingegneria naturalistica nel settore delle opere civili e delle infrastrutture, che a breve dovrebbe realizzare un pozzo esplorativo per ricercare i fluidi geotermici del Marsili.

«Il pozzo – ha spiegato Umberto Antonelli, amministratore di Eurobuilding – è previsto in una zona di mare aperto. Saranno perforate rocce basaltiche per una profondità di circa 1500 metri dove ci si aspetta di intercettare fluidi geotermici a temperature attorno ai 300-400 gradi. La proposta di avvio delle perforazioni è motivata dalle conclusioni delle fasi esplorative sul vulcano che hanno evidenziato la presenza di una grande riserva di fluidi geotermici».

Il progetto “Marsili”, partito nel 2006, prevede tre fasi: esplorazione, perforazione e produzione. Secondo la società Eurobuilding, il vulcano potrebbe diventare «la prima fonte di approvvigionamento di energia geotermica in mare aperto della storia, aprendo la strada ad un’energia nuova, pulita ed inesauribile».

Il Marsili si trova a circa 180 chilometri a nord dell’arcipelago delle Eolie, nelle profonde acque del mar Tirreno meridionale, tra Calabria e Sicilia, una delle zone più ricche di giacimenti di fluidi geotermici al mondo. È lungo 70 km, largo 30 km e alto 3.800 metri, con una sommità che sta a 500 metri sotto la superficie dell’acqua.

Questi dati sono il frutto di una ricerca internazionale a cui hanno preso parte gli scienziati dell’Istituto per l’ambiente marino costiero del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli (Iamc-Cnr), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Roma (Ingv), dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti, della Schlumberger Information Solutions di Madrid, della Leibniz University di Hannover e della società Eurobuilding di Servigliano.

La campagna di esplorazione del Marsili partita nel 2006, grazie alla nave oceanografica Universitatis, che ha potuto accertare l’attività sismica e idrotermale del vulcano, ha allargato l’orizzonte delle conoscenze sul Marsili, tanto da poterlo considerare un vulcano potenzialmente pericoloso.

In base alle ultime rilevazioni condotte sul Marsili, lungo le pareti del vulcano sarebbero presenti numerose frane, le quali potrebbero presagire un suo imminente risveglio.

Se i versanti del Marsili cedessero, potrebbero muoversi milioni di metri cubi di materiale, che potrebbero generare un maremoto di notevole portata che investirebbe le coste di Campania, Calabria e Sicilia, provocando enormi disastri.

«L’ipotesi più accreditata dagli studiosi – ha spiegato Mattia Vallefuoco dell’Iamc-Cnr – era quella che considerava cessata, all’incirca 100.000 anni fa, l’attività eruttiva del vulcano. Nel corso della missione, finalizzata ad acquisire nuovi dati sui prodotti emessi dal Marsili e sulla loro età, è stata prelevata ad una profondità di 839 metri una colonna di sedimento che ha evidenziato due livelli di ceneri vulcaniche dello spessore di 15 e 60 centimetri, la cui composizione chimica risulta coerente con quella delle lave del vulcano».

La datazione dei sedimenti, pari a 3000 e 5000 anni fa, «testimoniano una natura almeno parzialmente esplosiva del Marsili in tempi storici – ha detto Guido Ventura, ricercatore Ingv. A questo punto sono necessarie nuove ricerche per implementare un sistema di monitoraggio che possa valutare l’effettiva pericolosità connessa a una possibile eruzione sottomarina. Non è da escludere che il Marsili venga inserito nella lista dei vulcani italiani attivi come Vesuvio, Campi Flegrei, Stromboli, Etna, Vulcano e Lipari».

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