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Prodotti Coop: ATTENZIONE Tu Sai da Dove Provengono i Cibi a Marchio Coop? (VIDEO)

L'idealismo sfrenato può rendere il consumatore facile preda di informazioni non completamente corrette.

Federica Federico

di Federica Federico

05 Aprile 2014

Uno dei mali della modernità è l’ipocrisia dell’idealismo sfrenato: tutti a parole vorrebbero un mondo perfetto e bellissimo, ispirato ai più alti principi morali ed alla massima cura della natura e dell’ecosistema. Ma poi tutti (compresi i più idealisti) hanno almeno un’auto, consumano lussi contemporanei come la benzina o l’ADSL, la luce o il gas, mangiano cibi confezionati e non sono capaci di autoprodurre generi alimentari sufficienti per la sopravvivenza.

In medio stat virtus”, dicevano i latini. Questa locuzione, che esprime un concetto sempre attuale, si traduce così: “la verità sta nel mezzo”.

E ragionevolmente la modernità non può che aspirare al migliore equilibrio tra consumo e rispetto dell’ambiente, tra produzione e tutela dell’economia nazionale, tra innovazione e cura del territorio e dell’uomo.

Da non poco tempo l’italiano medio è indotto ad osservare un fenomeno che apparentemente sembra paradossale:

moltissimi prodotti distribuiti in Italia sono confezionati all’estero, realizzati con materiali di importazione o peggio molte eccellenze italiane spostano le loro sedi produttive oltre la frontiera (pur tornando a vendere e promuovere in Italia il prodotto finito).

Questo giochetto della produzione in terra straniera viene messo in opera anche con riguardo a diversi prodotti alimentari.

Quando si parla di prodotto alimentare messo in opera con materie prime non nazionali o confezionato in stabilimenti esteri il consumatore medio è indotto ad inorridire subito e con una certa facilità. Chi acquista e mangia tali prodotti è indotto a chiedersi che fine faccia allora il principio ideale del km 0 o della tutela delle eccellenze DOC o la promozione dei cibi biologici.

Quando scrivo “è indotto” non uso una terminologico casuale.

Al consumatore la stampa denuncia per esempio le pecche dei mercati agroalimentari nati sulla terra dei fuochi o parla genericamente di biologico piuttosto che di chilometro zero, la stessa stampa accusa con forza le panificazioni illegali o induce al controllo ferreo dell’etichettatura alimentare spingendo a “non preferire” i prodotti di importazione.
Sull’onda di questa informazione sensazionalista (e un po’ populista) il consumatore “è indotto” a parlare di argomenti come il biologico o il km0 esemplificandoli massimamente ed estrapolandoli completamente da quella che è la realtà produttiva del nostro paese.

L’informazione che manca al consumatore medio (ed è un’informazione essenziale che la stampa comunemente vela, omette o trascura) è solamente una: il costo del lavoro in Italia è altissimo, spesso è insostenibile.

Tutta la produzione in chiaro (ovvero la produzione legale, non a nero e non occulta) subisce l’effetto del costo del lavoro.

Per esempio per produrre 1l di olio occorre: il terreno, la coltivazione degli olivi, la raccolte delle olive, la pulitura, l’attività di estrazione dell’olio, l’imbottigliamento e l’etichettatura, nonché infine l’immissione sul mercato. Leggendo questi passaggi, così banalmente esemplificati, avete provato ad immaginare il lavoro che vive e si muove dietro ogni step produttivo?

Se il costo vivo del lavoro è “smodato” il produttore ha solo 2 possibilità: o fa lievitare il prezzo finale del prodotto o sposta la produzione altrove, cercando di contenere i costi di realizzazione del prodotto finale.

 

Ma perché allora si compera l’olio spagnolo o la farina tunisina per fare i biscotti che poi si vendono e mangiano in Italia?

Considerando il costo del lavoro come l’elemento che per primo influisce sul prezzo finale del prodotto, il consumatore riesce a rispondere intuitivamente a questa comune domanda: si comperano le materie prime all’estero perché quelle stesse materie prime (a parità di quantità e qualità) in Italia hanno costi molto più elevati (costi generati dalla pressione fiscale e dal costo del lavoro).

Il consumatore medio deve sapere che la pressione fiscale ed il costo del lavoro in Italia sono altissimi, spesso insostenibili. Il peso di questi fattori chiave determina sovente il ricorso a beni provenienti dall’estero oppure lo spostamento delle sedi produttive oltre frontiera. La provenienza dei prodotti da paesi stranieri o la produzione dei beni in stabilimenti non italiani non debbono stupire e si deve comprendere che queste sono scelte produttive compiute in nome della necessità di contenere il costo finale del prodotto.

Ciò non toglie che il detergente alla spina sia buono e conveniente; ciò non toglie che la coltivazione diretta e gli orti domestici o sociali siano auspicabili; ciò non toglie che più biologico c’è meglio è. Tuttavia resta il fatto che l’Italia non potrà nemmeno sperare nella piena autonomia produttiva sin quando il costo del lavoro e la pressione fiscale non si abbasseranno drasticamente.

Sta circolando in rete un video che “dimostra” la provenienza dei prodotti a marchio Coop e “svela” che le materie prime non sempre sono italiane come non sempre sono italiani gli stabilimenti di produzione.

Permettetemi di dire che il video (di cui vi proponiamo la visione, invitandovi a commentarlo criticamente) letteralmente scopre l’acqua calda.

Posto che tutte le materie adoperate dalla Coop sono di ottima e buona qualità, posto che le norme che regolamentano e tutelano la buona produzione dei prodotti sono garantite e rispettate, posto che il prezzo finale è basso ed accessibile a tutti, posto che i cibi sono ottimi, direi che è ovvio e scontato che alcune materie prime non possano essere nostrane e che gli stabilimenti produttivi non possano trovarsi tutti in Italia.

Chi si ricorda le vetture Fiat completamente made in Italy? Se le ricordano i nostri nonni e negli anni già i nostri genitori le hanno a mano a mano dimenticate perché nel tempo la produzione è stata gradualmente spostata fuori dai confini del Bel Paese!
E si ritorna al nodo centrale del costo del lavoro.

La Coop ha compiuto un’operazione commerciale di impareggiabile lealtà verso il consumatore:

è stata creata un’applicazione, scaricabile gratuitamente, attraverso la quale la Coop stessa, facendosi garante della qualità dei propri prodotti, permette di rintracciare l’origine delle materie prime ed indica le sedi di produzione di ogni bene e genere alimentare a marchio Coop.

Clicca qui per accedere al sito della Coop dove si può scaricare l’App.

Il protagonista del video a cui si ispira questo scritto (video in calce all’articolo) risale alla provenienza dei prodotti Coop usando proprio l’App appena citata.

Per parte mia spero che non tutti i consumatori adoperino l’App della Coop con la superficialità che traspare dal video in calce a questo articolo. E personalmente ritengo che la creazione di detta App non debba essere sminuita da un uso scorretto delle informazioni messe a disposizione dell’utente.

Il consumatore non dovrebbe criticare l’acquisto della materia prima oltre confine o la produzione del bene all’estero ma dovrebbe criticare le vigenti politiche economiche in materia di lavoro e chiedere con forza una riduzione dei costi del lavoro e della pressione fiscale.

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In conclusione mangiate pure i prodotti Coop, sono buonissimi, sono controllati e adesso pure la loro provenienza è completamente tracciabile, fate, invece, attenzione a non cibarvi di false notizie populiste ed approssimative!

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