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Neonata gettata nel Tevere poco dopo il parto: restituirle dignità

Una nuova dignità va data alla neonata gettata nel Tevere poco dopo il parto, merita una cerimonia d'addio che ne celebri l'essere stata una vita, una bimba

Federica Federico

di Federica Federico

09 Luglio 2019

La neonata gettata nel Tevere poco dopo il parto non ha ancora un’identità, probabilmente è morta senza un nome, senza un abbraccio e senza un dignitosa attesa, cioè senza essere accolta amorevolmente da una mamma e da una famiglia che l’aspettavano. Una vita è un miracolo che se non può essere accolto può essere donato, esiste l’adozione e non è semplicemente una valida alternativa:

 

il parto in anonimato e l’adozione vincono la barbari a e l’imbruttimento, fanno di una donna una mamma e di chi la circonda una guida lontana dalla violenza.

 

Nessuna nascita dovrebbe accadere nelle mani di qualche assassino, qui, se l’autopsia confermerà che la bimba è nata viva o comunque aveva le potenzialità per vivere, è di omicidio e di assassini che si parla.

neonata gettata nel Tevere poco dopo il parto

La neonata gettata nel Tevere poco dopo il parto è stata spogliata di ogni dignità umana

 

Nuda e sola questa bambina di nessuno e senza nome galleggiava sull’acqua, una scena di morte disegnata a tinte grigie dalla crudeltà umana e impressa proprio laddove doveva, invece, trionfare la vita.

 

Virginia Raggi ha accolto l’appello promosso dalla presidente dell’associazione Salvamamme, Grazia Passeri.

 

Alla sindaca “Chiediamo un atto di amore per questa piccola, perché un bimbo di nessuno è un bimbo di tutti. – Queste le parole della Passeri che accoratamente aggiunge – diamole un abbraccio, facciamo sì che idealmente sia il cuore di Roma a riscaldarla, a rivestirla e a restituirle dignità“.

 

La neonata gettata nel Tevere poco dopo il parto è figlia di tutti noi, non solo Roma ma le mamme tutte vogliono, devono e possono rivestire questa bimba di dignità

 

La teoria della pietas verso la piccola figlia di nessuno, non salvata ma uccisa dalle acque, non accolta ma rifiutata, potrebbe tradursi in monito e realtà solo se ognuno di noi si sforzasse fortemente di guardarsi intorno. Il degrado che ci circonda in ogni contesto di rifiuto, ghettizzazione e limitazione culturale non è altro da noi, esso è parte di noi. Le mamme dovrebbero imparare ad accogliere, aiutare e se è il caso denunciare. Le istituzioni dovrebbero farsi carico della necessità non procrastinabile di concreti interventi anche nei ghetti della società.

 

E questo sarebbe tanto più calzante se la mamma della piccola figlia di nessuno fosse un’ultima, cioè una prostituta, un’immigrata in condizioni di indigenza, una donna di una minoranza abbandonata. La speranza è che si trovino i responsabili di una morte tanto crudele, insensata e innaturale.

 

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