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Dono della vita: accompagnare alla morte il feto che non può vivere

Accogliere il dono della vita, anche quando si scopra che esso è incompatibile alla vita stessa, ha ragioni d'amore profonde ed è un diritto che va oltre la fede.

Federica Federico

di Federica Federico

11 Luglio 2017

La vicenda di Charlie Gard ha aperto un dibattito mondiale su un tema etico, quello della permanenza in vita malgrado la mancanza di prospettive medico-scientifiche comprovate o comprovabili di guarigione. Chi ha fede (intendendo la fede anche in senso ampio) rintraccia il bene supremo del malato nella vita e tende a difenderne il diritto sopra ogni cosa. In altre parole, chi ha fede parte dalla considerazione del dono della vita come primario e supremo.

Il dono della vita affonda le sue radici in quello dell’amore e l’amore è di per sé un concetto alato capace di liberare il suo volo nei celi della vita, anche incontrando e superando tempeste.

Una metafora questa che si traduce in una verità: l’amore non corrisponde alla felicità assoluta,  non è detto che non si possa esprimere anche laddove c’è dolore o sofferenza.

 

Aleteia.org, sito web sostenuto dalla Fondazione per l’Evangelizzazione attraverso i Media, rende pubblica la storia della fine della vita terrena di Gabriele, raccontata da mamma Francesca, questa storia è una pura testimonianza del valore del dono della vita.

dono della vita no all'aborto

Si tratta di una testimonianza di amore filiale e familiare che vale la pena condividere, non per prendere una posizione rispetto al diritto alla permanenza in vita ma per considerare il valore intrinseco ed incommensurabile del dono della vita inteso come un’illuminazione, una possibilità di cui non abbiamo facoltà di disporre avendo, piuttosto, solo il diritto di goderne con amore.

Mamma Francesca (di cui la fonte web riporta solo il nome e identifica la provenienza geografica anche attraverso l’indicazione dei nosocomi che l’hanno seguita) è da due anni mamma di un angelo di nome Gabriele.

Gabriele era affetto da una malattia cromosomica (una sospetta trisomia 18) scoperta alla 12esima settimana di gestazione. Oggi è un angelo ma i suoi genitori hanno lottato per difenderne il dono della vita.

Mamma Francesca e papà Salvatore non hanno mai pensato di intervenire sulla vita di Gabriele con un aborto terapeutico, al quale avrebbero avuto diritto di legge.

 

Se è vero che il rifiuto dell’aborto è stato ispirato dall’accoglimento del dono della vita, è altrettanto vero che la gravidanza di Gabriele è stata vissuta come una missione d’amore: questa coppia di genitori ha riconosciuto che il proprio bambino era vivo e presente nella pancia della mamma e ha deciso di permettergli di conoscere il mondo attraverso quella situazione di vita (ovvero la crescita in utero) non interferendo col suo destino d’amore ma arricchendolo il più possibile d’affetto e esperienze emotive.

Per quanto difficili queste scelte testimoniano una condizione e una verità a cui nessuno può sfuggire: la vita è fatta di sentimenti, anche contrastanti, che si incrociano e si fondono tra loro. Bene e male, amore e sofferenza, infatti, spesso coesistono nelle situazioni e negli accadimenti.

Gabriele ha significato capire il vero significato dell’amore”, ha detto mamma Francesca parlando del suo angelo.

dono della vita no all'aborto terapeutico

Gabriele è nato morto a 9 mesi di gestazione, quando mancava poco al parto e all’abbraccio con la sua mamma.

Nell’accettare il dono della vita che Gabriele ha rappresentato, Francesca e Salvatore, già genitori di un altro bimbo, sapevano che avrebbero potuto vedere la loro creatura morire dopo la nascita o comunque in breve tempo; erano stati preparati a incontrare deformità fisiche, come anche alla possibilità di dover prendere difficili decisioni, per esempio intubare o meno il loro neonato per garantirgli le funzioni vitali.

 

La vita però a seguito un corso inatteso e il piccolo Gabriele ha lasciato l’esistenza terrena nel suo nido d’amore morendo nel grembo materno:

Gabriele è VISSUTO nove mesi nel mio utero e credo che abbia ricevuto tutto l’amore che potevamo dargli, e l’unico rimpianto che ho è solo quello di non avere ammesso subito di non sentire più i suoi movimenti in grembo. Ho aspettato due giorni prima di confessarlo; non volevo crederci; ormai mancava poco al parto, pensavo che lo avremmo almeno potuto fare nascere. Ciò ha significato che non l’ho potuto abbracciare e baciare alla nascita per come avrei voluto, in quanto la sua pelle era macerata. Ma posso garantire, che era un bambino bellissimo,ho una foto che lo testimonia!

 

L’esperienza di mamma Francesca, di cui vi suggerisco di godere appieno leggendo la testimonianza completa su Aleteia.org, deve significare amore, riconoscimento di un diritto assoluto ad esprimere l’accoglienza del dono della vita e dovrebbe indurre ciascuno di noi a non giudicare. E’ la stessa mamma a dire, in un passaggio dell’intervista, che il dolore non si può anestetizzare perché esso è parte della vita, su questo dovremmo riflettere.

Tutti dovremmo pensare anche al fatto che nelle scelte così gravose non esistono dolori maggiori o minori esistendo soltanto la possibilità di interpretare la vita secondo il proprio criterio d’amore.

Fonte immagini con licenza d’uso Ingimage

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