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Orfani dei femminicidi: i figli dei papà killer

Gli orfani dei femminicidi sono le vittime sopravvissute: i bambini che fino a un attimo prima della tragedia avevano una vita familiare, un papà e una mamma.

di Federica Federico

20 Marzo 2018

Gli orfani dei femminicidi sono bambini come tanti, almeno sino all’attimo che precede le tragedie. Sono creature comunemente fragili, capaci – come qualsiasi figlio – di affidare la propria vita in pienezza solo ai genitori.

Del resto nelle braccia di chi si fa cullare, senza se e senza ma, un bambino? Solo nelle braccia della mamma e del papà.

 

 

Solo per citare alcune vittime, volate in cielo solo un anno fa, Laura Petrolito ha lasciato due figli orfani di madre; a nemmeno un giorno di distanza da lei anche Imma Villani è morta per mano del marito dal quale si stava separando.

 

Il compagno di Laura è stato arrestato e sotto la pressione del primo interrogatorio ha confessato tutto; l’ex marito di Imma è stato invece trovato morto, lui, sotto la pressione del rimorso e dell’onta di avere ucciso, si è tolto la vita. Pasquale Vitiello, questo il nome del marito assassino, probabilmente si è suicidato appena dopo aver inferto alla sua Immacolata il colpo mortale.

 

I figli di Elana Ceste, la piccola Vittoria, figlia di Melania Rea, i due bambini di Lauetta e la figlia di Imma sono solo alcuni tra i tanti, troppi orfani dei femminicidi.

 

Ci sono poi le donne rimaste sole, le sopravvissute, come Antonietta o Elena Morè.

orfani dei femminicidi

Gli orfani dei femminicidi e le mamme superstiti sono le vittime vive della violenza dei padri e dei compagni killer.

 

La figlia di Imma è probabilmente ancora ignara dei dettagli del lutto che l’ha circondata. Le fonti stampa sono ferme a questo: la bambina andrà certamente accompagnata nell’elaborazione del lutto, è stata affidata ai familiari che insieme agli psicologi la prepareranno a ricevere la notizia drammatica. Ma c’è da chiedersi chi le restituirà quella sensazione di affidamento che i bambini trovano solo nei genitori, ovvero la sicurezza di essere amata?

Gli orfani dei femminicidi sono figli improvvisamente soli al mondo.

Nel loro percorso di crescita, oltre che con la solitudine dello stato di orfani, questi fogli dovranno fare i conti con la responsabilità del genitore killer. L’odio potrebbe inficiare il concetto stesso di famiglia e il rispetto che essi hanno del prossimo.

 

Che ne resta dell’amore? Come gli orfani dei femminicidi interpreteranno il bene familiare?

Nessuno studio psicologico può rispondere a domande tanto irrisolvibili. Conteranno le maglie familiari che accoglieranno i superstiti; conterà l’età; avrà un peso il pregresso legame con l’assassino e con la vittima; conterà il come e il quando della verità. Senza negare che quella verità peserà comunque e per sempre come un macigno.

 

La cultura contemporanea è troppo concentrata sull’ “Io“, i genitori moderni hanno voluto fortemente abbandonare gli stereotipi antichi e questo rifiuto si è trasformato spesso in una grande confusione di ruoli e responsabilità. In molti animi l’ “Io” ha acutizzato vizi ed egocentrismi e molto spesso l’ “Io” – inteso come Io Proprio – non si dispone al sacrificio né rende possibile l’affermazione dell’altro nella coppia.

 

Spesso le vittime di femminicidio sono spose tristi: sono donne legate a uomini “padroni” che si permettono libertà totali, come anche il tradimento, non permettendo, di contro, alcuna libertà personale alle compagne.

Tal volta l’uomo che arriva ad uccidere è quello che avrebbe voluto accanto a sè una donna votata al silenzio.

 

In tutto questo gli orfani di femminicidio che ruolo hanno avuto nella determinazione dell’uomo violento a uccidere?

 

Difficilmente il marito killer si sofferma a pensare alla devastazione che sta per portare nell’animo del figlio. Ha sempre un ruolo fondamentale l’ “Io” perché il bisogno personale di affermazione scavalca il sacrosanto diritto del bambino di vere con la madre.

 

L’impegno che dovrebbe essere di ciascuno di noi è esattamente questo:

ogni madre e ogni padre dovrebbe impegnassi a fondare e realizzare una cultura sociale meno egoistica. Considerare il bambino come il primo centro di bisogni e interessi equivale a mettere l’istituzione familiare nel cuore del mondo.

 

In pratica bisognerebbe fattivamente prodigarsi per una massima tutela dei figli e delle mogli. Lo Stato deve alle donne la più certa difesa, potrà farlo inasprendo le pene, rendendo sicure le condanne e massimizzando le misure di tutela. I bambini vanno acquisiti come vittime indirette e centrali di ogni atto di violenza familiare. Ed è auspicabile una nuova legislazione sulla tutela delle donne, legislazione che dovrebbe partire dalla salvaguardia dei minori.


 

Fonte immagine: Ingimage con licenza d’uso



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