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Bambina vissuta come un cane: l’inchiesta non si ferma i reati ipotizzati abbandono di minore e maltrattamenti

di Dott.ssa Licia Falduzzi

12 Luglio 2011

Bari, Rione Carrassi. Il 21 ottobre 2009 un padre, invalido civile e disoccupato, ed una madre, affetta da gravi disturbi psichici, denunciano la scomparsa della loro bambina di 7 anni. Polizia e carabinieri la cercano dappertutto, fino a quando finalmente la trovano. Ed è una scoperta drammatica, angosciante: la bambina era chiusa in un armadio, dormiva raggomitolata vicino ad un cagnolino. Accanto a lei una ciotola, con avanzi di rifiuti, e tanti escrementi.

La bambina fu tolta ai genitori (che erano già in cura presso il Servizio di igiene mentale), ricoverata al reparto malattie infettive per sospetta scabbia e pidocchi ed affidata infine ad una casa famiglia, dove attualmente si trova in cura.

Quando fu trovata non sapeva parlare, non la nostra lingua almeno. Mugolava e abbaiava, parlava cioè la lingua dell’unico essere che evidentemente s’era preso cura di lei in tutti quegli anni: il suo cagnolino. Insieme a lui mangiava, dormiva e trascorreva il suo tempo.

Adesso questa bambina ha nove anni e non parla ancora. Ha imparato a mangiare seduta a tavola, e non per terra come faceva prima, e sta meglio. Forse ha anche subìto violenze sessuali, ma dalle analisi fatte sono state escluse lesioni che provino queste violenze.

Se almeno lei parlasse, se almeno dicesse una sola parola sarebbe tutto più semplice, potrebbe testimoniare lei stessa le violenze che ha dovuto subire. Ma la bambina non parla, e non parla perché si rifiuta di farlo e perché non ha mai sentito un solo suono della nostra lingua.

Per questo, e perché non era possibile contestare il reato di abbandono di minore a due genitori già in cura al SIM, il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta, Angela Morea, aveva deciso nei giorni scorsi di archiviare il caso.

Dura la nota a questa decisione del sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori e consulente della Commissione parlamentare per l’Infanzia. “L’archiviazione – ha detto Marziale – è, senza dubbio, un percorso in cui il magistrato si è visto costretto a ripiegare, ma denota lo stato di profondo degrado in cui versa il sistema giudiziario”.

Ma è di oggi la notizia che il procuratore della Repubblica del Tribunale, Antonio Laudati, ha deciso di bloccare la richiesta di archiviazione e di riaprire l’inchiesta andando più a fondo nella vicenda per indagare non solo sulle responsabilità dei genitori, ma anche sulle negligenze dei servizi sociali, ai quali l’intera famiglia, che viveva in condizioni di estremo degrado sociale, era già stata affidata. Com’è possibile che gli assistenti sociali che andavano a far visita a questa famiglia ogni quindici giorni non si siano resi conto delle condizioni in cui viveva la bambina?

“Non arrendersi mai di fronte alle ingiustizie, soprattutto quando hanno come protagonisti i soggetti più deboli”, ha detto Laudati. Adesso si procederà contro ignoti, i reati ipotizzati sono di abbandono di minore e maltrattamenti.

La storia di questa bambina richiama alla mente i casi dei cosiddetti “bambini selvaggi”, bambini che per ragioni diverse hanno vissuto i primi anni della loro vita in condizioni di estremo isolamento o di abbandono, bambini allevati da animali, bambini privati dell’assistenza da parte degli adulti con conseguenti gravi effetti sulle loro capacità di rapporto e di apprendimento.

Tra i tanti ormai noti in letteratura, citiamo il caso di Kamala, una bambina di 8 anni trovata tanti anni fa in India da alcuni missionari britannici, probabilmente rapita ai genitori e poi abbandonata e allevata dai lupi. Fu trovata nuda, si nutriva di carne cruda ed era ostile nei confronti degli altri esseri umani. Neanche lei parlava. Negli otto anni successivi al suo ritrovamento, trascorsi nella scuola della missione, Kamala imparò tante cose: mangiò cibi cotti, imparò a vestirsi, ad esprimere una varietà di sentimenti e a parlare anche se con un linguaggio molto semplice, e divenne più socievole. Non imparò mai a leggere né riuscì a sviluppare rapporti di amicizia duraturi.

Questi ed altri studi dimostrano la drammaticità del bisogno che nei primi anni di vita hanno i bambini di avere rapporti affettivi stabili per uno sviluppo adeguato.

Ci sono voluti otto lunghi anni per far sì che Kamala potesse dire qualche parola, e quella di Kamala è una storia simile a quella di tanti altri bambini selvaggi, di cui parlano ormai tantissime ricerche. Ma perché allora ci si aspettava che la bambina di Bari parlasse dopo neanche due anni dal suo ritrovamento e tentativo di introduzione nella società?

La richiesta di archiviazione è stata bloccata e luce si farà su questo triste caso, ma la bambina di Bari, forse, la luce non la vedrà più.

 



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