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Acqua Avvelenata, Info Utili (Guarda il Video)

di Alessandra Albanese

22 Novembre 2013

A pochi giorni dall’inchiesta pubblicata dall’Espresso sull’acqua di Napoli, ovunque è un fermento di dichiarazioni e smentite, di aggressioni e difese, di detrattori e accusatori.

L’acqua di Napoli è inquinata, letale, cancerogena. Lo dice un rapporto che la marina statunitense aveva richiesto qualche anno fa, per essere certi che i 3000 marines di istanza in territorio campano fossero safe, al sicuro.

L’Espresso è uscito in edicola con un titolo shock: “Bevi Napoli e poi muori”, per il quale il sindaco di Napoli ha chiesto un risarcimento di un miliardo di euro.

Ma cosa c’è dietro questo articolo?

C’è uno studio durato tre anni, privato, che adesso l’ente dell’acquedotto di Napoli contesta.

Le più alte cariche affermano che l’acquedotto di Napoli effettua centinaia di migliaia di esami sulle acque che escono dai rubinetti delle case in Campania e il pericolo non esiste, o è limitato.

A chi credere allora? Qual è la verità.

Il rapporto del comando dell’US navy recita: dal 2009 al 2011 sono stati passati al setaccio oltre mille chilometri quadrati, aria, acqua e terreno di 543 case e dieci basi statunitensi.

Nel 57% dei casi l’acqua è pericolosa nel centro di Napoli, il 16% a Bagnoli. Le 14 sorgenti che alimentano la città sono in ottime condizioni, diversa è la situazione delle condotte idriche, vecchie, fatiscenti, prive di manutenzione. Ma c’è di più, e forse è questa la causa principale dell’avvelenamento. L’acqua dei pozzi clandestini si somma nelle condotte urbane, principalmente in provincia, con un’altissima incidenza di pozzi privati senza autorizzazione che si connettono a quelli pubblici. E le acque dei pozzi abusivi, cariche di reflui fognari e nocivi finiscono nei bicchieri dei napoletani.

Il danno è fatto.

Solventi industriali, rame, prodotti usati per potabilizzare l’acqua a livelli non sicuri, diossina e uranio (la prima rinvenuta nei campioni di Casal di Principe e Villa Literno).

Sotto la soglia di pericolo, seppure presente, anche l’uranio. Un pozzo su venti ha quantità di uranio sopra la norma, nel 5% dei pozzi “inaccettabile”.

Casal di Principe, dove il pentito della camorra Sandokan, al secolo Carmine Schiavone, ha affermato “Camion dalla Germania che trasportavano fanghi nucleari e sversavano nelle discariche”.

Come dopo queste dichiarazioni nessuno abbia pensato ad andare a cercare radioattività ancora non si è capito, i test americani indicano che l’uranio, lì c’è.

Lo studio analizzava anche i terreni colpiti da discariche abusive, quelli che la terra dei fuochi ha messo all’indice, i parassiti usati e potenzialmente cancerogeni e l’aria che tutti respirano. Altri dati allarmanti.

Ma torniamo all’acqua.

Gli esperti americani hanno dovuto imbastire un “modello Napoli” per queste analisi, in mancanza di supporto da parte dello Stato, e dovendo mappare un’area così vasta e con così capillari controlli.

Le autorità italiane negano oggi con forza i risultati di quel rapporto.

L’acqua di Napoli è buona, il servizio dell’Espressoe il rapporto Us navy è un oltraggio, è invero, da denuncia.

Veniamo alle tesi della difesa. L’ingegnere Francesca Santagata, responsabile qualità del laboratorio Abc (Acqua Bene Comune, ente di controllo dell’acqua di Napoli) afferma a più riprese, e in svariate interviste che l’acqua di Napoli è buona, che in 10 anni di professione il laboratorio ha emanato con precisione e puntualità avvisi rassicuranti in merito alla qualità delle acque, e che organismi internazionali attestano la competenza nell’esecuzione delle analisi. Di seguito l’intervista telefonica alla Santagata, pubblicata anche in rete.

Il laboratorio effettua analisi ben 5 volte maggiori rispetto alla norma, se ne deduce che le acque di Napoli sono le più controllate d’Europa e che oltre l’ente, come controllo incrociato anche l’Asl fa le sue campionature, confermando a sua volta la bontà dell’acqua.

La Santagata contesta differenti punti dell’articolo dell’Espresso.

In particolare quando si legge che «esce acqua pericolosa dal 57 per cento dei rubinetti esaminati nel centro di Napoli e dal 16 percento a Bagnoli», questo non solo non è vero secondo le loro analisi, ma non trova riscontro neanche nel documento della US Navy.

Il sindaco di Napoli de Magistris ha chiesto un risarcimento all’Espresso di un miliardo di euro

 

Giuseppina Amispergh, dirigente del dipartimento di prevenzione dell’Asl ricostruisce anche un precedente studio datato 2008: «Allora emersero dati equivoci. Andai a casa del console Usa e pretesi di fare prelievi in presenza dei loro tecnici. I campioni dettero tutti esito favorevole. Lo comunicai alle istituzioni. All’epoca, ricostruimmo anche che i prelievi effettuati in specifiche aree riguardavano alloggi occupati abusivamente, case allacciate a pozzi illegali e, quindi, in questa situazione, i campioni riguardavano acqua “mista”, collegata solo parzialmente alla rete idrica. E questo spiega un esito delle analisi negativo rispetto alla potabilità. Quello di ieriè un allarme ingiustificato».

Purtroppo però nessuno nega un fatto, ovvero che spesso pozzi privati, abusivi, presso i quali si allacciano abusivamente immobili abusivi vanno a pescare nelle falde acquifere inquinate, ed ecco che le analisi su quelle acque danno sicuramente dati non allegri.

Già in passato l’ex assessore Angelo Montemarano avvisò proprio le forze dell’US Navy: «Gli americani avevano affittato case abusive in alcune zone. I rappresentanti Nato si preoccuparono per il risultato delle analisi, ma quando scoprii che c’era un sistema di pozzi non collegato alla rete idrica, li invitai a lasciare le abitazioni e a denunciare i proprietari».

E c’è ancora un altro pericolo che potrebbe paventarsi, da non sottovalutare. Cavalcando l’onda della riqualificazione, la camorra potrebbe mettere le mani anche sul risanamento di queste zone, un business non da poco, che dovrebbe essere guardato con occhi scrupolosi, e da molto vicino, per evitare che al danno si possa aggiungere la beffa.

Per concludere l’articolo il direttore dell’espresso Bruno Manfellotto, napoletano DOC, il 18 novembre pubblica un secondo pezzo, dando voce a tutte le migliaia di lettori indignati che, spesso spinti anche dalla reazione immediata che ha scatenato l’articolo, hanno messo nero su bianco emozioni e suggestioni scaturite di getto, e dovute alla copertina del settimanale.

Manfellotto dice di avere risposto personalmente a tutte, la maggior parte delle quali sostenevano che da secoli lo sport nazionale è la denigrazione di Napoli e dei napoletani, che al Nord stanno più inguaiati che a Sud, che tutto il marciume del Nord viene smaltito a Sud, che copertine come questa favoriscono l’affossamento del turismo e l’economia del meridione.

Io condivido, almeno in parte, la risposta del direttore, che riporto e rielaboro, consentitemi.

Io, come il direttore amo Napoli, la Campania e i napoletani (ne amo uno su tutti, ma non è rilevante nella discussione).

E’ innegabile dire che il veleno che mangiano e bevono i campani, proveniente da queste terre sia opera non solo dei cittadini della zona. E’ innegabile che lo stato non è stato al fianco dei cittadini onesti che si sono ribellati ad uno stato indecoroso di vita.

Ma non è dando la colpa ad altri che si esce da una storia così. Non è pensando ai veleni degli altri che si rende merito alla giustizia. Non è sotterrando gli allarmismi che moriranno meno persone. Se, come dice il direttore esiste una “deleteria filosofia dell’assuefazione”, per la quale le cose devono andare così, è ora che omertà e silenzio vengano abbattuti. “Ma chiudere gli occhi, fare finta di niente, tacere la verità o raccontarne solo una fettina non fa che aiutare imprenditori cinici, criminali mafiosi e politici inetti, non assolve i responsabili e purtroppo non guarisce chi si è già ammalato di inquinamento” continua Manfellotto.

Pretendiamo dai governi ma rendiamoci cittadini degni.

Per prendere in prestito, ora che ricorre il cinquantesimo anno dalla sua morte, una frase di Kennedy concludo: Non chiediamoci cosa può fare lo Stato per noi, chiediamoci cosa possiamo fare Noi per lo Stato.

 



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