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Relazione malata: come riconoscere una relazione tossica e liberarsi

La parola d’ordine è: “Amarsi”, ciò vale per vivere bene come per reagire a qualsiasi relazione malata, sia essa affettiva, familiare, amicale o lavorativa.

Federica Federico

di Federica Federico

20 Giugno 2017

Una relazione è malata quando le parti che la animano non si trovano tra loro in equilibrio e non vivono un rapporto di paritetica compenetrazione. In questo senso sono malate le relazioni affettive fondate sulla dipendenza, sull’abuso (fisico o psicologico) e sullo sfruttamento, fosse anche emotivo.

Una relazione malata è anche una relazione tossica, ovvero è un rapporto che intossica l’animo e la vita di chi ne è vittima e non più partecipe.

Parlando di rapporti relazionali malati o tossici, in una società abituata a raccontare la violenza e la mortificazione domestica, è facile che il pensiero corra alla famiglia: mariti e padri violento o donne e bambini vessati.

relazione malata o tossica

Tuttavia il problema relazionale è più ampio e articolato se viene inteso come discorso di relazione interpersonale:

può essere tossica qualsiasi relazione di dipendenza, vessazione e mortificazione, e ciò non dipende dalle diversità di genere né si lega necessariamente a un rapporto affettivo.

 

Una relazione malata può intervenire in ogni ambito relazionale: di coppia, familiare (madre\figlio o padre\figlio, ma anche fratello\sorella), amicale o lavorativo.

 

Quand’è che la dipendenza rende una relazione malata?

 

Io amo mio marito e senza di lui non potrei vivere”, questo non basta, però, a configurare l’ipotesi di una dannosa dipendenza emotiva.

Nemmeno rientra nell’alveo della dipendenza tossica quella condizione di vita in cui solo una parte della coppia rappresenta l’elemento produttivo di reddito (per esempio ciò avviene quando il marito lavora e la moglie si occupa della casa e dei figli), posto che l’equilibrio sia ben accetto e condiviso pacificamente.

 

La dipendenza è malata (inficiando, quindi, la relazione e la vita) laddove una parte del rapporto interpersonale vive come propaggine dell’altra perdendo autonomia, rinunciando al diritto di scegliere e sacrificando volontà e libero arbitrio.

 

“Io non lavoro perché mio marito non vuole che lo faccia!”,

ma anche: “Mio figlio non fa calcetto perché a me non piace l’ambiente”

oppure “Io non sento più quel mio amico, perché mia moglie non lo sopporta!”.

Tutti questi sono esempi di comportamenti potenzialmente capaci di rendere la relazione malata.

 

E’ ovvio che maggiore è la sostituzione al potere decisionale dell’altro più forte è il dolore emotivo, l’oppressione, il sacrificio del sé e la mortificazione, quindi, più malata diventa la relazione.

 

Quand’è che il maltrattamento rende la relazione malata?

In una relazione interpersonale non vi dovrebbero mai essere imposizioni né fisiche né morali.

In linea ideale ogni maltrattamento anche morale (“Se non lo fai ti lascio”; “Se lo fai ti licenzio”; “Se non fai questo, la mamma non ti vuole più bene”) arreca un pregiudizio tale alla relazione da intossicarla, temporaneamente o definitivamente.

 

Le vessazioni materiali sono sempre esecrabili, la violenza fisica è inaccettabile ad ogni livello, pesino uno schiaffo liberato contro un figlio incarna gli estremi di una dolorosa mortificazione.

 

La violenza morale, invece, è una trappola più subdola facilmente logora il subconscio con costanza e in un doloroso “apparente clima di quiete”.

relazione malata o tossica, riconoscerla

Dipendenza, maltrattamento e mortificazione si nutrono spesso di bugie, inganni e mistificazioni dei sentimenti. Sovente la vittima della relazione malata perde le sue energie positive che vengono completamente assorbite dal carnefice.

“Non ce la faccio più”, “Mi manca la voglia di reagire”, “Tutto questo non ha senso”, sono questi i pensieri tipici della vittima della relazione malata.

 

Due sono le cose che bisogna prefissarsi per vivere bene restando liberi da ogni rapporto relazionale non proficuo, leale o benefico :

1 – non alimentare relazioni tossiche ed estirpare già solo i semi di un rapporto non empatico, non paritario e non rispettoso;

2 – non subire mia una relazione malata.

 

Ribellarsi a una relazione malata non significa (o almeno non significa in prima istanza) rifiutare l’altro ma, piuttosto, equivale ad accettare e affermare se stessi.

Parlare, dichiarare apertamente ciò che si vuole e quello che si desidera sono queste le prime azioni da mettere in campo contro una relazione malata.

Pertanto non abbiate mai paura di affermare il vostro “Io” e di curarlo come una meravigliosa conquista quotidiana. La parola d’ordine è: “Amarsi”.

 

Fonte foto con licenza d’uso Ingimage: immagine di copertina ID:02G59045; immagine in corpo testo ID: 02G59048



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